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tulipani01Risale alla metà del Seicento la prima speculazione avente per oggetto un prodotto della natura che sia stata dettagliatamente documentata, speculazione che è passata alla storia come “Bolla dei Tulipani”.

Introdotto in Europa dagli olandesi nel secolo precedente, il tulipano divenne fiore talmente pregiato da raggiungere non solo prezzi da capogiro ma addirittura da essere scambiato nelle bore valori di molte città del nord Europa. Uno status symbol, uno di quegli oggetti cioè che oggi ben conosciamo, il cui prezzo è talvolta migliaia di volte superiore al valore intrinseco. Orbene, al tempo, alcuni dei bulbi più pregiati che erano stati ottenuti dall’incrocio tra differenti varietà del fiore, giunsero ad un valore superiore ai centomila fiorini: un prezzo strabiliante.

Di questo commercio enormemente plusvalorizzato ne trassero beneficio alcune famiglie di commercianti che addirittura, iniziarono a vendere non solo le piante ma addirittura quelle che avrebbero piantato la stagione successiva. Una sorta di prova generale per quanto oggi, nella apparente assoluta liceità avviene nelle borse di tutto il mondo dove si possono accumulare o perdere ingenti somme solo e semplicemente … scommettendo. Come se fosse una partita di calcio o di poker, scommettendo sul valore di una moneta, sul valore di una azienda ed oggi, molto di moda, sul valore di una nazione.

Ben più accorte furono le autorità che nel 1610 la vendita sui “tulipani da nascere” venne giudicata illegale e pertanto cessò. Ciò che rimase fu l’enorme produzione di tulipani, cento e cento volte superiore a quello che sarebbe stato il reale fabbisogno tanto che la sovrapproduzione fece inevitabilmente scendere a picco i prezzi, facendo crollare quella fasulla economia.

Due sono le considerazioni che ci riportano prepotentemente ai tempi odierni: l’una relativa al falso valore di una economia gonfiata che sta scardinando tutto il mondo occidentale e l’altra che più specificatamente interessa le speculazioni sui prodotti della natura.

E se a quel tempo, in realtà si trattò unicamente dell’aver attribuito un prezzo esagerato ad un prodotto in definitiva  naturale, oggi, grazie alla tecnologia ed alla conoscenza genetica si sta addirittura cercando di attribuirsi, nel pieno rispetto della legge, il possesso, attraverso un regolare brevetto, di prodotti quali broccoli di cavolo e pomodori, come se si potesse, celando la richiesta dietro ipotetici procedimenti tecnologici ed arricchimenti genetici dovuti ad intervento scientifico, appropriarsi piano piano delle risorse naturali della terra. Due di questi eclatanti quanto incredibili esempi si chiamano “EP1069819B1” ed “EP1211926B1”. La prima è la sigla relativa al brevetto richiesto nel 2002 all’Ufficio Europeo dei brevetti (EPO) dalla società inglese Plant Bioscience inerente la selezione e produzione di semi ibridi di broccoli ad alto contenuto di sostanze anticancerogene. Poiché tuttavia, la presenza di tali sostanze non deriva da un procedimento di manipolazione genetica particolare in quanto tali piante sono dotate di queste sostanze per loro natura, non si riesce a capire come sia stato possibile rilasciare tale brevetto che, notate bene, non riguarda il solo metodo di selezione quanto la pianta stessa per cui, se “malauguratamente” un qualche produttore coltivasse anche incidentalmente, una varietà di broccoli aventi certe determinate caratteristiche, dovrebbe quanto meno pagare i “diritti d’autore” non a madre natura ma alla suddetta Società ad oggi detentrice di regolare atto di proprietà.

La seconda sigla, analogamente, riguarda una certa varietà di pomodori a basso contenuto di acqua e quindi con maggior percentuale di polpa che è stata rilasciata allo Stato di Israele che ne fece richiesta, nel 2003, sempre dall’Ufficio Europeo dei brevetti. Anche in questo caso si tratta di un metodo di selezione e produzione che non ha niente che possa essere considerato “frutto dell’ingegno” al punto da detronizzare madre natura ed arrogarsi la proprietà del … pomodoro.  Certo, di quel pomodoro, ma è facile intuire come una volta iniziato un certo percorso, probabilmente con il tempo, come d’altro canto sta già apertamente succedendo con tutti i prodotti geneticamente modificati, le grandi aziende pretenderebbero i loro brevetti (già molte si sono mosse in questa direzione) e siccome la coltivazione naturale ovviamente presenta molte più incognite e quindi maggiori costi, ben immaginate cosa potremo ritrovare in pochi decenni nei mercati e nei supermercati.tulipani02

Nel frattempo già due ricorsi distinti sono stati nel tempo presentati ed entrambi rifiutati. Erano ricorsi presentati da aziende non tanto mosse da uno spirito assimilabile al buon senso ed al tentativo di ripristinare un valore naturale delle cose, quanto da interessi evidentemente contrastanti.

Lo scenario che va prospettandosi è piuttosto inquietante. Non solo, ma laddove non intervenga un rapido  riesame delle normative vigenti, il repentino avanzare della scienza e della tecnologia possono creare degli assurdi legislativi in base ai quali si autorizza qualcuno a diventare di fatto proprietario di prodotti della natura, costringendo dunque le popolazioni quanto meno, come è inevitabile che sia,  a subire un maggior costo per beni di prima necessità. Inoltre, di fronte ad una situazione mondiale dove ancora miliardi di persone  vivono incredibilmente sotto la soglia della sopravvivenza, dove in moltissimi paesi, Italia compresa, per tenere alti i prezzi al consumo, si passano sotto le ruspe tonnellate di arance e pomodori, o addirittura si costringono i produttori a non raccogliere quanto cresciuto (cocomeri e olive ad esempio) in quanto il ricavato sarebbe inferiore al costo di produzione, si osserva, come sempre in tali frangenti, come nel tempo si sia creata una vera e propria industria dello sciacallaggio, che in deroga ad ogni aspetto etico, morale e civile, sta appropriandosi nella più aperta legalità dei brevetti sul possesso dei semi delle piante e quindi, di conseguenza, delle piante stesse e dei loro frutti. La multinazionali Syngenta, Monsanto e DuPont sono attualmente le tre aziende che già hanno il maggior numero di brevetti sui semi delle piante.

Questo fenomeno sta assumendo così vaste e grottesche proporzioni che sono sorte e stanno sorgendo molte organizzazioni di cittadini che sotto il comune appellativo di “consumatori” stanno cercando di capire. La rete ancora non ha mostrato fino in fondo le proprie potenzialità informative e tale processo sta avvenendo abbastanza nell’anonimato, segno tangibile che, purtroppo, ci sono diffusi ben più gravi problemi e che comunque, sembra talmente inverosimile il solo pensare di pagare a qualcuno i diritti su  … un pomodoro, che si stenta a credere a tutta la vicenda. Credo sia giunta l’ora di togliersi la curiosità e di approfondire il problema, ad esempio qui: No-patents-on-seeds.org

Tag(s) : #Attualità

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