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Grecia, scuole riaperte: ma sui banchi si siede solo l'austerità

Scritto da Enzo Terzi on 10 Settembre 2013

Fare una riflessione oggi, sui fatti di Grecia, o sui futuri prossimi venturi è impresa di non poco conto. Anche se si decide di scegliere uno specifico argomento e, all’interno di esso, un aspetto particolare. Non è complicato il paese quanto il suo divenire che è uscito da ogni e qualsiasi logica sia politica che economica traghettando nel contesto della più disinibita delle sperimentazioni sociali, economiche ed antropologiche perché, nel contempo, si sta misurandone il rapporto tra cultura e resistenza, benessere e astinenza, usurpazione e sopportazione. La settimana compresa tra il 9 ed il 15 settembre, sarà caratterizzata come in gran parte d’Europa, Comunitaria e non, dal ricorrente quanto grande evento che è la riapertura delle scuole dopo la pausa estiva. Quanto sia importante questo fatto non solo per le incredibili avventure che prendono inizio nella vita di coloro che si accingono a varcare per la prima volta quel cancello che un tempo incuteva rispetto e soggezione, quanto per il significato fondamentale che ha il sistema educativo all’interno di ogni paese, tanto più se lo stesso intende appartenere al mondo civile.

Ed anche quest’anno, come purtroppo da quattro anni a questa parte, non mancheranno le sorprese che, ahimè, sembrano preludere più a cronache della desolazione che non ad un’agenda scolastica. Si partirà infatti il 16 con una serie di quattro giorni di sciopero del corpo insegnate (almeno del settore pubblico) che paralizzerà scuole di ogni ordine e grado. Difficile tuttavia individuare con precisione, pur essendone alle porte, quale saranno le consolidate e le ulteriori mancanze che il “sistema scuola” dovrà sopportare in questo prossimo anno scolastico 2013-2014. Da mesi oramai è stata ipotizzata e data quasi per certa la chiusura di oltre cento istituti tra asili e scuole primarie. Altri istituti verranno invece accorpati. Il sistema di vigilanza esterno alle scuole, fino ad oggi negli istituti pubblici garantito da uno speciale corpo equiparabile alla Polizia Municipale, è stato in pratica soppresso, lasciando il compito ad eventuali servizi privati che potranno effettuare un servizio sostitutivo solo se il bilancio del singolo istituto lo permetterà. Gli insegnanti, oltre ad essere stati pesantemente tartassati fino ad oggi con una riduzione dello stipendio di circa il 30%, saranno in numero presumibilmente ben inferiore al necessario (su oltre 2000 pensionamenti, al momento solo 200 sono stati i riassunti) con incremento dunque del numero di alunni per ogni classe (si parla in alcuni casi di oltre 30 studenti per classe) fatto che mai è andato d’accordo con la qualità dell’istruzione. Il corpo insegnante inoltre probabilmente diventerà dipendente del Ministero della Funzione Pubblica e non più del Ministero dell’Istruzione, accomunandosi dunque a tutti gli altri dipendenti pubblici anche per scelte che, invece, per la peculiarità del ruolo da sempre richiedono una particolare attenzione. I libri di testo che dovrebbero nelle scuole pubbliche essere gratuiti, non si sa se anche quest’anno potranno essere consegnati o meno (l’anno scorso il fatto comportò un ritardo di oltre due mesi nell’avanzamento corretto dei programmi di studio e poi, fu necessario arrangiarsi in altro modo poiché lo stato, lo stesso che pretende esemplarità dal cittadino, non aveva di che pagare le stamperie per i libri. Ma nessuno gli ha fatto causa). Così come è alle porte il problema del riscaldamento che non è certo stato risolto visto il sempre esorbitante costo del gasolio. Senza parlare degli studenti in già dall’anno scorso iniziavano ad arrivare a scuola in chiara condizione di malnutrizione tanto da avere più volte attivato una catena di solidarietà tra i professori che hanno – di tasca propria – spesso e volentieri provveduto. E la lista potrebbe essere ben più lunga.

A fianco di questo sopra rappresentato che è il sistema pubblico, il sempre meno fiorente sistema delle scuole private non vive momenti certo migliori anche se non così gravi. Il numero degli iscritti è stato in questi ultimi tre anni in costante e progressivo calo per il sempre minor numero di “ricchi” (d’altronde una scuola privata, almeno in Atene e dintorni, costano a partire da 400 euro al mese fino superare i 1000). Anche in questo comparto in conseguenza alle minori entrate ha necessariamente dovuto corrispondere una minore efficacia che però, stavolta, non si è potuta riversare come nel settore pubblico in una minore quantità di servizi all’utenza (come giustificare altrimenti l’alto costo?) ma si è distribuita in un deciso impatto sul trattamento dei professori e tecnici dipendenti oltre che, inevitabilmente, in una minore qualità dei servizi stessi. In molte scuole del settore privato ad esempio, le ore richieste ad un tecnico o ad un docente sono almeno 30 settimanali, alle quali si aggiunge la disponibilità per eventi festivi e addirittura estivi che notoriamente vengono pagati meno di una miseria. Ovvio che nel settore privato, almeno fino ad oggi, la frase : “o accetti queste condizioni o te ne vai perché dietro di te c’è una fila ben lunga” si è fatto apertamente sentire. Oggi vi sono docenti (a proposito del milione di dipendenti del privato che non guadagnano denunciati dall’IKA) che hanno accettato riduzioni fino a percepire 3-400 euro al mese.

Il problema comunque della qualità del sistema scolastico greco è annosa ed ancora non risolta. E’ un sistema giovane che dagli anni settanta ha dovuto assorbire una domanda sempre più grande e che quanto meno ha fortemente pilotato e guadagnato una drastica riduzione dell’analfabetismo, merito che gli va ampiamente riconosciuto. Tuttavia è un sistema ancora farraginoso, complesso e dai metodi senza dubbio necessitanti un aggiornamento radicale. In realtà l’ultima vera grande svolta risale all’immediato periodo successivo alla dittatura dei Colonnelli, grazie alla riforma di Karamanlis e Rallis nel 1975. Oggi, tuttavia, pensare di riforme è fantascienza. La realtà è che nonostante l’orario scolastico preveda una permanenza dell’alunno (in tutti i gradi di studio) fino alle 14 (se non fino alle 16), molto spesso i ragazzi sono poi costretti a lezioni suppletive, specie per le lingue straniere (o con lezioni private a casa o presso gli innumerevoli “frontistirio” che costituiscono un reale sistema integrativo di istruzione) che si protraggono poi fino a tarda ora la sera. Un impegno abnorme, mostruoso e che poi, in verità non si traduce in quella preparazione di medio-alto livello che ci si potrebbe attendere . Il susseguirsi poi di esami (sia completi che per sole lingue straniere) ad ogni fine d’anno a cominciare dal ginnasio (l’equivalente della nostra scuola media) e poi per i successivi livelli d’istruzione, rende lo svolgimento dei programmi difficile e quasi sempre destinato a rimanere incompleto anche per queste verifiche che portano via tempo, risorse e contribuiscono a tenere alti i costi senza che ve ne sia una significativa necessità (non a caso non vi è analogia con i sistemi scolastici di altri paesi, almeno in Europa, dove gli esami sono, normalmente, alla fine di ogni ciclo).

Ebbene, in questo quadro che oltre a palesare la necessità di riforme ed aggiornamenti, manifesta essenzialmente un caos ed un disagio di tutte le categorie di coloro che ci lavorano tali da rendere quasi miracolistico il suo prosieguo, si trovano delle curiosità che fanno pensare ad una riduzione, visto che siamo in periodo di tagli, anche nei programmi da svolgere. E se la cosa per talune materie non la si avverte, specie per le lingue visto che altrimenti si rischia di non superare l’esame (ed ecco quindi quasi l’obbligo della lezione integrativa, che comunque in questi anni sta tenendo in piedi un piccolo mercato, più o meno sommerso, sul quale non pochi addetti contano) per altre materie invece appare eclatante, tanto da indurre a dubitare della bontà di scelte che senza dubbio sono afferenti il Ministero dell’Istruzione e, per conseguenza il sistema politico del paese. Tra le materie che obbligatoriamente vengono studiate almeno fino alla fine del liceo, ovvero fino ai 18 anni di età e, nel caso delle scuole professionali triennali, fino ai 16 anni, vi è, come in ogni paese, la Storia. E qui accade un fatto curioso.

Ebbene, l’esperienza liceale personale che riporto solo per dare un termine di paragone, si appoggia sui “mitici” manuali del Camera - Fabietti che ci portarono nel lontano 1973 a studiarsi la storia contemporanea fino all’inizio della guerra in Vietnam (di circa dieci anni antecedente), che seppur non trattata in capitoli particolari, era abbondantemente menzionata nelle schede di approfondimento presenti. Così come tanti altri argomenti dell’epoca. Oggi la situazione dei manuali di Storia negli istituti italiani ci fa vedere come si arrivi abbondantemente agli anni ’70 come ben sintetizzato in un documento, che per informazione consiglio, “La storia nei manuali di Storia. Il ‘900 nella manualistica del secondo novecento”, di Giorgio Cavadi, in Mediterranea, n. 4, Anno II, agosto 2005, pp. 275-296” (http://www.storiamediterranea.it/public/md1_dir/r240.pdf).

Cercando invece tra i manuali di storia che saranno in uso il prossimo anno qui in Grecia, internet con enorme sorpresa mi fa direttamente accedere ai volumi stessi, tra cui quello di Storia, direttamente scaricabile qui: http://digitalschool-admin.minedu.gov.gr/courses/DSGL106/ dal titolo “Storia del mondo nuovo e contemporaneo (dal 1815 ad oggi)” ovvero “ΙΣΤΟΡΙΑ ΤΟΥ ΝΕΟΤΕΡΟΥ ΚΑΙ ΤΟΥ ΣΥΓΧΡΟΝΟΥ ΚΟΣΜΟΥ (ΑΠΟ ΤΟ ΣΥΝΕΔΡΙΟ ΤΗΣ ΒΙΕΝΝΗΣ (1815) ΩΣ ΣΗΜΕΡΑ (1995)”.

Il fatto che questo come altri manuali siano online purtroppo fa ipotizzare che anche quest’anno i libri di testo stampati difficilmente verranno consegnati o, almeno difficilmente lo saranno per tempo. Con questo espediente (tra l’altro lodevole) si vuole almeno non impedire completamente l’inizio dei corsi visto che in molti potranno ottemperare con fotocopie dei primi capitoli o la lettura direttamente al computer. La versione ufficiale è che tali testi sono online per le scuole che utilizzano la proiezione in classe ma, se così fosse, probabilmente sarebbero disponibili solo per gli istituti e non per tutti.

Ciò che comunque è interessante notare è il fatto che il manuale (tra l’altro poco più di 200 pagine contro le 496 che era il vecchio Camera-Fabietti) si pone l’ambizioso obiettivo di presentare la storia del “mondo” fino al 1995 dando, oltre tutto una rischiosa interpretazione al concetto di storia che tale sembra dunque la si possa chiamare per i fatti accaduti sino a non oltre dieci anni fa. La realtà è ben altra. Innanzitutto i capitoli di Storia nel senso canonico del termine si concludono con la Seconda guerra mondiale a pagina 138 quindi concentrando in un centinaio di pagine non solo gli avvenimenti europei dal congresso di Vienna alla Seconda Guerra mondiale, ma anche inserendoci la lunga Guerra per l’indipendenza Greca oltre alle Guerre Balcaniche ed alla costituzione della Repubblica Turca con tutto ciò che ne conseguì.

I capitoli successivi infatti sono più curiosi. Il capitolo 6 che da pag. 139 a pag. 165 (dedicando da pag. 157 a pag. 165, ovvero sole 9 pagine alla storia greca dal dopoguerra al 1974) ci sintetizza come il migliore dei Bignami, le vicende mondiali dal 1946 al 1974. Il capitolo 7 invece è da definirsi di “cultura generale” sui fatti successivi alle due guerre mondiali, trattando genericamente di arti, scienza, evoluzioni sociali ed altro. Insomma una panoramica sui fatti ma ben poco sui fatti della Storia. Non è tutto. Da una indagine svolta presso studenti (alcune decine è stato possibile contattarne) che hanno negli ultimi dieci anni superato il quinto anno di liceo, più della metà (in realtà circa il 90%, gli altri non ricordavano) ha confidato di non aver raggiunto lo studio della seconda guerra mondiale, fermandosi più ai fatti legati alla guerra con i Turchi nel periodo 1920-1922 (in particolare al plurimenzionato Trattato di Losanna del 1923).

L’intento, adesso, non è quello di esprimere un giudizio in merito al fatto in sé, quanto di valutarne le conseguenze su persone che con i 18 anni, anche qui hanno raggiunto la maturità e sono per legge, autorizzati al voto. Sono giovani ai quali non viene di fatto illustrata la storia del proprio paese in anni oltremodo cruciali come quelli della Guerra civile (1946-1949), dei fatti di Cipro tra il 1955 ed il 1959, della successiva Dittatura dei Colonnelli (1967-1974) per non parlare poi del dopo, di quegli anni (quaranta anni oramai!) di calma e di democrazia (il periodo più lungo di democrazia vissuto dal paese dalla sua indipendenza) che hanno portato di filato alla situazione odierna. E senza considerare che avvenimenti come la Rivoluzione Cinese, la Guerra in Indocina e nel Vietnam, la Guerra tra Iran e Irak, la nascita di Israele, la primavera di Praga o prima ancora la Rivolta Ungherese del 1956, sono fatti (solo per citare i più conosciuti) che hanno avuto un pesante impatto sulle storie dei paesi di tutto il mondo e che qui non vengono minimamente affrontati in una sede istituzionale come la Scuola. La disamina di tutto questo è affidata o al proseguimento degli studi scegliendo università di indirizzo umanistico o, in alternativa, attingendo all’informazione, ai media, alle memorie familiari, ad un eventuale spirito di curiosità del singolo. Unicocontributo dato dallo Stato, è la celebrazione qui sempre molto sentita delel feste nazionali: quella dell’indipendenza, quella del “NO” dato all’Italia, quella del 13 novembre per i fatti del Politecnico). Quasi sempre tuttavia, mancando l’appoggio di una istituzione come la scuola che, almeno nella sua “carta dei doveri” ha quello di educare e di preparare il cittadino, anche da un punto di vista civico.

E’ indubbio che questa non è scelta casuale o fatto da addebitarsi alla cattiva volontà degli insegnanti. Il manuale messo loro a disposizione chiaramente induce ad effettuare studi congrui ed approfonditi solo fino al 1945. E’ pertanto ipotizzabile che la scelta politica – tutt’oggi in vigore – a suo tempo fatta, sia quella di non indagare eccessivamente in fatti rispetto ai quali probabilmente, sia la classe politica che quella dirigente più in generale non si sente pronta. Certamente la storia recente come recente senza dubbio è il periodo della Dittatura dei Colonnelli, non facilita il compito. Troppi dolori sono ancora freschi e potrebbero dilaniare il paese (ricordo ad esempio come in Italia, questioni anche più vecchie, come ad esempio tutte le vicende legate alle Foibe, furono oggetto agli inizi degli anni ’90, di revisione). Ma accanto ai fatti di casa propria vi sono vicende internazionali (si pensi ad esempio all’impatto del maggio francese sull’Europa tutta o il movimento hippy negli Stati Uniti, o ancora la disgregazione del Patto di Varsavia) che hanno pesantemente inciso sulle sorte dei paesi tutti, Grecia compresa. Ed all’età di 18 anni sarebbe giusto averne una conoscenza corretta. Corretta nella misura in cui ala scuola può farsi garante di equilibrio e di relativa autonomia.

Ma certe lacune (forse tutte) poi si scontano, e così la mancata conoscenza di taluni meccanismi, delle ragioni politiche ed ideologiche che sono alla base di fatti e movimenti anche recenti, poi facilitano la sopravvivenza di luoghi comuni, di falsi miti, di orgogli mal riposti. E questo paese deve trovare il coraggio di smettere di fare come le tre scimmiette per trovare almeno una parte delle risposte alla situazione odierna. E chi meglio dei giovani potrebbe contribuire? Ma se si lasciano nel buio, se si lasciano alla personale iniziativa o alla informazione senza controllarne la bontà e la qualità si viene meno non solo al compito per il quale la Scuola è il luogo dell’educazione alla conoscenza ma anche a quello, in questi tempi ancora più pressante, di avere cittadini che esercitino il proprio diritto di scelta con consapevolezza e senso del divenire storico e sociale.

Santa Susina: si torna a scuolina!

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