Era il 25 di novembre dell’anno 1911 quando Emiliano Zapata ed il consiglio dei rivoluzionari, stilarono e firmarono il cosiddetto Piano di Ayala, piano che prevedeva la ridistribuzione della
terra ai contadini, prevalentemente indios della zona del Chiapas, ai quali era stata di fatto estorta, in virtù di quanto permettevano le leggi del
regime dittatoriale di Porfirio Diaz e degli abusi che tali tipi di regime hanno da sempre sopportato e spesso promosso. Il nome di Zapata è comunemente legato a quello di Pancho Villa, i due
paladini di quella che diventerà di lì a breve la rivoluzione messicana ma, al contrario di Villa, Zapata era uomo che già aveva avuto una esperienza politica in qualità di Sindaco del piccolo
comune di Anenecuilco e che, alle elezioni del 1909 aveva appoggiato l’elezione a governatore della zona di un candidato a lui idealmente vicino e la
cui sconfitta segnò il passaggio alla lotta armata.
Zapata ed i suoi iniziarono nel 1910 a ridistribuire terre ai contadini ed il movimento che intorno a lui si creò addivenne, nel 1911, nella cittadina di Ayala, alla stesura di
un vero e proprio Piano che con le sue regole sociali, era di fatto una dichiarazione rivoluzionaria: tutte le popolazioni, comprese quelle indigene avevano diritto alla terra ed
all’autodeterminazione. ¡Tierra y Libertad!, ovvero “Terra e Libertà” è lo slogan che gli viene attribuito (e sicuramente quello maggiormente usato
dalla tradizione popolare e dalla cultura rivoluzionaria) ma in realtà, a testimonianza della sua seppur grossolana lungimiranza e moderazione politica, il suo vero obiettivo era:
¡Reforma, Libertad, Justicia y Ley!, ovvero “Riforma, libertà, giustizia e legge”. Non vi fu alcuna
possibilità di colloquio con il regime, di conseguenza la rivoluzione divampò in tutto il territorio, rivoluzione che terminò con la nascita della Repubblica. La questione della terra sembrava
sulla carta risolta in quanto, recependo le istanze del documento di Ayala, nel 1917 la nuova costituzione prevedeva il diritto alla terra per tutti, comprese le popolazioni minoritarie degli
Indios, pur non riconoscendo agli stessi il diritto all’autodeterminazione. Ma la Repubblica era giovane ed il diritto all’autodeterminazione di una
minoranza all’interno del paese era cosa prematura.
Di fatto occorrerà attendere il 1990, ossia ben settanta anni, per vedere quanto meno decretato dal governo messicano il riconoscimento della
pluriculturalità della propria nazione, nonché il riconoscimento (almeno nei fogli parlamentari) di tutta una serie di diritti per le comunità indigene, sia economici che politici e culturali,
anche se poi non seguirà alcun piano di attuazione lasciando pertanto invariata la situazione. Nel frattempo, le popolazioni indigene, prevalentemente residenti nella regione del Chiapas, venivano tenute a margine
dell’economia del paese e, complice anche la situazione ambientale, la loro condizione giunse ad un tal livello di impoverimento e di degrado che il 1 gennaio 1994 scoppierà nuovamente il
conflitto tra indios, organizzatisi nel frattempo nell’EZLN (Ejército Zapatista de Liberación
Nacional) ed il Governo Federale Messicano.
La
rivolta armata durerà solamente 12 giorni, al termine dei quali oltre centomila indigeni marceranno su Città del Messico. Il Governo accetta di incontrare i rappresentanti delle comunità indigene
ed iniziano i negoziati che però verranno più volte interrotti. Seguiranno anni durante i quali i governi che si succederanno ed i vari Presidenti mai toglieranno l’assedio militare alla regione
(tutt’oggi esistente anche se meno accanito di un decennio fa), né mai addiverranno alla effettiva messa in pratica dei trattati più volte esaminati.
Una stima diffusa dal Governo messicano della fine degli anni ’90 parlava di circa 1.000.000 di indigeni residenti nel Chiapas; in realtà organizzazioni internazionali hanno invece stimato nel
1997 la presenza di oltre 2.000.000 di indios (secondo le stesse fonti circa 18.000.000 in tutto il Messico). Oggi tale popolazione vive in un regime praticamente sostenuto da una economia
autarchica e dall’appoggio del volontariato internazionale anche se, negli ultimi 7-8 anni sta iniziando uno scambio commerciale per il tramite di
organizzazioni anche europee legate al Commercio Equo e Solidale che acquistano prodotti locali come miele, caffé o prodotti artigianali, nonostante che tale processo presenti immense difficoltà
tra le quali la scarsità delle merci che potrebbero essere necessarie per un mercato internazionale e la impossibilità di programmare una fornitura.
Tra l’altro la zona è contornata da vastissime proprietà coltivate (quelle storiche, provenienti dai
latifondi contro i quali Zapata iniziò la sua attività prima politica e poi rivoluzionaria), oggi proprietà spesso di multinazionali, che fanno
vastissimo uso di sementi OGM per quanto riguarda il mais ed altri legumi, invadendo il mercato con questo prodotto a più basso costo, o, come nel caso dei fagioli, che fra l’altro è un
tradizionale alimento di quelle zone, acquistando i diritti sulla pianta così come è stato fatto in altre zone per i pomodori ed imponendo dunque a chi li coltiva il pagamento di una sorta di
“diritto d’autore” (argomento trattato in questo blog nell'articolo: Dalla
bolla dei tulipani ai brevetti sui pomodori ), impossibile da pagarsi per queste collettività che vivono di pochi mezzi. Una cara amica ha di recente effettuato (nel dicembre 2009) una visita al seguito di una delegazione europea di organizzazioni dedite al commercio sostenibile, riportandoci
un avvincente racconto.
Il viaggio, solo parzialmente documentato da fotografie, sia per l’espressa richiesta fatta di non fotografare persone per paura di rappresaglie, sia di non fotografare luoghi che potessero essere identificati, come paesaggi e cose simili, ci narra di piccole comunità perfettamente organizzate in una dignitosissima povertà. Comunità dove l’osservanza del dovere e l’obbedienza alle regole sono necessarie alla sopravvivenza, dove tutto parla della rivendicazione di diritti che visti dalla nostra condizione, sembrano pacifici, indiscutibili e che lì invece sono motivo di segregazione, di isolamento ed anche di persecuzione. Come ebbero ad enunciare i rappresentanti del EZLM e di queste comunità nella loro “Quinta dichiarazione” nel 1988: “…oggi torniamo a mettere in primo piano, al di sopra della nostra sofferenza, al di sopra dei nostri problemi, al di sopra delle difficoltà, l'esigenza che si riconoscano i Diritti degli indigeni con un cambiamento nella Costituzione Politica degli Stati Uniti Messicani che assicuri a tutti il rispetto e la possibilità di lottare per ciò che appartiene loro: la terra, il tetto, il lavoro, il pane, la medicina, l'educazione, la democrazia, la giustizia, la libertà, l'indipendenza nazionale e una pace degna…”.
Difficile discordare da queste richieste che sono state alla base della democrazia e dell’indipendenza di ogni paese che abbia rispetto dei diritti umani. Più
complessa ai nostri occhi resta forse la richiesta dell’indipendenza nazionale. Quella è una richiesta che appartiene alla storia di quelle popolazioni Indios (ne sopravvivono ancora ben 12 etnie
diverse, con diverse culture ed anche diversi linguaggi), che da unici abitanti e padroni di quelle terre, dall’arrivo degli Spagnoli, ne sono diventati gli schiavi, poi i servi ed oggi i
segregati. Una richiesta che è difficile anche confrontare con situazioni analoghe quale, ad esempio, quella degli indiani negli Stati Uniti, dove invece, al termine di innumerevoli bagni di
sangue, sembra oggi vivere un seppur ancora precario equilibrio.
A grande riconoscimento di questo redivivo movimento zapatista va il misurato uso della violenza, utilizzata, dopo la dimostrativa rivolta
del 1994, solo come autodifesa, prediligendo il contatto con i media e la diffusione attraverso mezzo stampa in ambito internazionale della propria condizione. Tra tutti in testa il misterioso
subcomandante Marcos (esistono in totale pare 75 comandanti ma un solo subcomandante che è il portavoce dell’intero movimento), le cui dichiarazioni,
oltre agli scritti divenuti anche best seller letterari come ad esempio , “Morti scomode” , che denota una attenta preparazione ed un ottimo livello culturale a testimonianza proprio di volersi affidare per la riconquista dei diritti ad un atteggiamento che non solo sia coerente con l’organizzazione sociale che si sono dati, con un
atteggiamento che non è di colui che mendica riconoscimenti della comunità internazionale ma che persegue una propria identità culturale, un proprio
stile di vita, una propria storia. Nel Chiapas, oggi regione dove il progresso non ha portato infrastrutture di alcun genere, dove esistono
pochissime strade, dove i servizi sociali sono per la maggior parte “inventati” dalle comunità, dove i mezzi di trasporto a motore si contano sulla punta delle dita, dove accordi , programmi e
trattati si fanno e si disfano da vent’anni con una facilità disarmante, resiste la dignità dell’essere Indios, specie fra le comunità più
integraliste se vogliamo, quelle che formano il circuito da loro chiamato della Chiocciola, cui fanno capo le 5 piccole enclaves che sono state oggetto della particolarissima visita del dicembre
2009.
Come al
solito si osserva in queste situazioni come piccole collettività siano riuscite a mettere insieme un accordo sociale che sembra funzionare ma che non
necessariamente può essere preso integralmente ad esempio anche perché ogni situazione sociale e politica va valutata nel contesto economico in cui è nata e sviluppata che ne determina
caratteristiche e condizioni. Certamente le ultime vicende che il mondo occidentale tutto sta passando in questi ultimi 2-3 anni sono stimolo ad
indagare, tra le pieghe della tormentata storia degli indios del Chiapas, per verificare se il ritorno a quello che loro indicano con forza il “…prendersi cura della nostra
terra…", non sia un cammino da abbracciare almeno in parte, volendo intendere nel “prendersi cura” un
atteggiamento lungimirante, teso alla sostenibilità culturale, ambientale e sociale. L’esperienza che oggi si vive in quei territori non è molto diversa nei principi da quella vissuta e
combattuta da Zapata. L’accerchiamento militare, l’embargo sociale, la discutibilissima situazione dei diritti umani che ad ogni monitoraggio internazionale presentano gravi falle nel loro
riconoscimento ed applicazione, l’ingerenza delle solite multinazionali, dei soliti poteri, infondono un profondo senso di amarezza. Si perpetua la dicotomia tra stato tiranno e minoranza
perseguitata, confondendo i confini di questa lotta, la cui responsabilità viene ovviamente oggi dall’uno interamente addossata all’altro, dove a tratti sembra che alla guerra secessionista degli
uni, si risponda con l’atteggiamento colonizzatore degli altri, agitando intorno le consuete alleanze internazionali ovviamente ciascuna legata ad interessi diversi e contrastanti. La battaglia
per la sopravvivenza culturale diventa così elemento di sfondo, paravento talvolta, per mascherare la vera natura della diatriba che oggi è
prevalentemente all'economia.
Ed il Messico, nella sua
condizione di bisogno (al pari oggi di ogni nazione visto che l’economia globale ha fatto decadere per gli stati il concetto di superpotenza),
combatte di fatto la sua duplice battaglia, divisa tra la necessità di mantenere i proventi delle concessioni fatte alle multinazionali ed i conseguenti favori finanziari dei grandi organismi
bancari, con l’obbligo di non irritare una suscettibilissima opinione pubblica internazionale, pronta a scatenare una crociata ed a far perdere il proprio implicito appoggio (già precario) per
ogni azione che possa ledere in modo eccessivamente palese i diritti umani. Così il cordone militare e la massiccia presenza dell’esercito e di gruppi paramilitari nella regione ha il doppio
scopo di non permettere eccessive fughe di notizie né di permettere eccessive ingerenze ed infiltrazioni dall’esterno che sono razionate, filtrate e pilotate. Un cordone sanitario dunque che
isola in posizione di stallo apparente il bubbone della rivolta e della secessione o, in virtù di dove sono rivolte le nostre simpatie, il seme della liberta e il diritto all’autodeterminazione.
Le comunità zapatiste oggi, al contrario di quanto fecero i loro progenitori che dettero il via alla più dissennata e sregolata delle rivoluzioni, hanno scelto la strada della lotta mediatica,
dimenticando forse che il mondo stesso dei media, purtroppo, necessita continuamente di scandali, di scalpore, di guerra e di sangue per tenere l’obiettivo puntato e che tale atteggiamento,
civile e di silenziosa sofferenza, probabilmente verrà sempre più dimenticato. E sembra quasi che se ne siano accorti accorti allorché, nell'ultimo libro, Punto e a capo", il subcomandante Marcos
tristemente afferma: "Siamo passati di moda". Quanti oggi in effetti possono dire di conoscere questa vicenda se non pochi e reinterpretati slogan o frammentarie notizie spesso,
come mi è capitato di sentire, scambiate per le vicende delle FARC colombiane (anch’esse venute alla ribalta dei media solo per la “commovente e strombazzata vicenda” di Ingrid
Betancourt alla quale va comunque tutta la nostra solidarietà per la vicenda), o di altri simili
organizzazioni? ¡Reforma, Libertad, Justicia y Ley!: quanti sono i paesi oggi dove tutti questi principi vengono rispettati?
(Le immagini provenienti dalle comunità zapatiste del Chiapas sono coperte da copyright e di proprietà di Daphne Skalidou che ringraziamo per avercele gentilmente concesse. E’ vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione)