Spesso fare una summa di concetti é cosa facile. Si presenta come un lungo elenco, specie quando siamo reduci da un evento, quale che sia. Sia ben inteso, un evento anche normale, banale, come dedicarsi per un poco all’ozio. E già qui i puristi, coloro che aberrano il sentire comune e mi vanno filosofeggiando sul nulla - pur di farlo - adducendo che l’importante non è l’obiettivo o l’oggetto, quanto esercitare la filosofia, colpiscono con lo strale di chi nei secoli ha voluto del “dolce far niente” e del riposo sia manuale che intellettuale - che non possiamo definire cliccando sul semplice tasto “pause” -, sezionarne l’essenza per suddividerne gli attributi individuali, collettivi, sociali ed antropologici. Mi si ricorda ed a rigor di scienza non a torto, che v’è l’otium latino, ovvero dedicato ai piaceri dell’intelletto, v’è l’ozio pigro, ovvero quello dedicato all’inazione più assoluta e l’ozio creativo, ultima delle invenzioni in termini di autoironia nel miglior dei casi, quanto ben più semplicemente di autopromozione. Beh in effetti si sono scomodati in molti in questa indagine, Seneca, Russell, Epitteto ed ancora un giapponese ch’ora non ricordo ma il cui argomentare francamente era intriso di componenti religiose a noi del tutto o quasi estranee e pertanto, come dire , da considerasi a latere nel nostro panegirico.

Quello a cui volevo semplicemente riferirmi è l’oziare che comporta unicamente due condizioni: la volontà di farlo e, soprattutto, la possibilità. Per un miracolo astrale entrambe le condizioni
si sono verificate nello stesso istante di spazio-tempo e pertanto, alla ricerca di un “balocco”, vista anche l’inclemenza del tempo, la scelta è caduta su un film le cui prerogative di base
fossero quelle, contrariamente a quanto vanno tutti i critici a cercare, di non avere né la volontà né la capacità di stupire, di inorridire, né
l’intento di farmi da sponda didascalica .. insomma mi concedesse un poco di respiro dagli affanni del pensiero.
Praticamente qualcosa che, in tempi e momenti di completa ed attiva presenza, definiremmo con consumata
nonchalance, ai limiti della stupidità. Cosa dunque di meglio che non una commediola che avesse un briciolo di argomento fuori dagli schemi, un’ambientazione che non fosse la solita
metropoli, un’interprete che non fosse la solita squilibratrice (anche in questo caso) dell’ozio dei sensi. Il trailer indicava Hysteria come …
perfetto. E così è stato. Fatica .. zero. Suspence .. zero. Drammaticità … zero. Ovvietà …. vicina al cento. Risatine leggere e di puro gusto, senza
sottintesi, insomma ... q.b. (come dice una cara amica). L’apporto finale in termini di aumento del colesterolo (grazie allo sgranocchiamento tipico da cinema anche se casalingo) è stato pari
all’accrescimento intellettuale … zero anch’esso, avendo avuto cura di fornirsi di una insalata di frutta con yogurth. La fantastica sensazione della giusta via di mezzo. Cose che oramai non
succedono più. Nessun rilascio eccessivo di endorfine né durante né dopo, ergo, essuna noia da sbadiglio. Certo non l’indifferenza che sarebbe risultata oltremodo perniciosa, che
avrebbe indotto insofferenza, quell’epidermico scorrer delle cose che, esulando da ogni carattere identificativo le avrebbe rese repellenti e tu, ad esse refrattario.
Insomma quell’oretta e mezzo da passare nel migliore dei modi … era passata nel migliore dei modi, ovvero, senza accorgersene quasi, ritrovandosi alla fine freschi come se non fosse trascorsa, quasi ringiovaniti.
E allora, laddove vi ritrovaste nella condizione umorale ed astrale quale quella da me rappresentata, non esitate: il film è quello giusto. L’unico pervicace dubbio che resta, ma forse ciò è legato al mio stato anagrafico, è come possa spiegarsi la cosa ai cosiddetti “fanciulli” , ovvero a coloro che per legge ed oramai conclamata libertà possono teoricamente accedere alla visione, ma, per evidenti upgrade ancora prematuri, rischiano di non comprendere almeno parte del film, quella inerente il “Black & Decker rosa” (così come una volta c’erano i rasoi che tutti avevano questa femminea versione, anche se nel caso in questione sembrerebbe essere storicamente avvenuto il processo contrario). Ok il problema sarà di chi ne è madre, ne ha patria podestà o affidamento. Ho provato a simulare ed a pensarci ma francamente non ne ho trovato il bandolo se non rifugiandomi nella bugiola o nell’accrocchio. Ma, sul tema della libertà di visione sappiamo che oramai è cosa delegata alla coscienza individuale avendo la censura di che occuparsi d’altro, questioni tipo SOPA od ACTA, ben più remunerative che non una faccenda in fondo educativa, laddove per educazione si intende avere gli strumenti per comprendere e non equivocare.
Il film dicevamo.
Beh la storia che fa da asse (o meglio da stecchino) portante è la parodia dell’invenzione del dott. Mortimer Granville che, nel 1880 progettò un vibratore atto a rilassare la muscolatura
indolenzita, come il protagonista ci fa vedere in occasione della prima sperimentazione, fatto che gli consentirà di individuare ben più efficaci, quanto meno per l'attività svolta nel film,
funzioni. Il congegno infatti si dimostrò essere non soltanto adatto a calmare la sua presunta tendinite o stress muscolare dovuto all’overdose di utilizzo della mano, quanto a sostituirlo nelle
mansioni di massaggio intimo per le signore affette da isteria (terapia invero realmente praticata nell’Inghilterra dell’epoca e della cui somministrazione Granville si occupa nel film), ovvero
da quella sindrome con la quale al tempo, si prefiguravano tutti quegli stati – femminili s’intende – d’animo e non, di cui erano afflitte le signore
inglesi appartenenti alla classe agiata, vittime di quell’eccesso di onnipresente puritanesimo di cui era intrisa l’allora società vittoriana, puritanesimo che investiva non solamente i rapporti
interpersonali ma anche i comportamenti sociali e di conseguenza, la solidarietà e tutte quelle belle cose che dovrebbero far parte del patrimonio genetico di un grande popolo. In pratica ciò si
concretizzava nella noia, nell’assoluta inibizione alla fantasia e nell’assoluta mancanza di partecipazione alla vita del tempo che non fosse quella dell’apparire nei salotti, sale da thé ed
avvenimenti, il più possibile, magari, frequentati dalla vera nobiltà, con orrore alla sola ipotesi di vedersi mischiati o accomunati a qualcuno appartenente alle classi inferiori alla propria,
se non per rapporti di lavoro o servitù. Questa era l’attività medica cui era giunto il nostro protagonista, dopo essere stato rifiutato praticamente da tutti gli ospedali della città per le sue
idee considerate ben poco conservatrici ed anzi, eccessivamente progressiste e fautrici di una scienza che turbava con le proprie scoperte, uno status quo che per niente al mondo sarebbe stato da
alterare, per la consapevolezza dei privilegi e, soprattutto degli aventi diritto. Al suo fianco vi sono le figure cardine dell’intreccio sociale e
amoroso che farà da cornice alla vicenda principale. Un amico di Granville, interpretato fra l’altro da un eccellente Rupert Everett, che, in qualità di appassionato indagatore dell’universo
dell’elettricità, nonché nobile benefattore, sarà il vero progettista dell’utensile miracoloso, seppur con tutt’altri intendimenti, quali il raccattar polvere. Charlotte, la figlia degenere del
suo anfitrione nonché proprietario dello studio medico ov’egli presta la sua opera. Figlia degenere in quanto non solo aveva imposto alla puritanissima famiglia una governante dai
passati licenziosi ma soprattutto perché svolgeva la propria attività in favore dei poveri, cosa che era vista dalla buona società come la peste. Non
contenta, in virtù del suo ulteriore impegno come suffragetta e fautrice della parità dei diritti tra i sessi, non restava esente da accuse di sconsiderato socialismo che, con certo status
sociale al quale appartenva la famiglia, certo non si addiceva.
Tre dunque gli epici capisaldi su cui si articola tutta la narrazione. Il puritanesimo dell’alta borghesia e della nobiltà
rappresentato dal datore di lavoro di Granville; il progresso, seppur in una sua forma anomala nelle mani dell’amico benestante e Charlotte, come ulteriore sintomo che qualcosa era socialmente in
fermento, giusto per offrire non solo un quadro delle tensioni in atto a quel tempo nella società inglese, ma anche per evidenziare ulteriormente l’atmosfera quasi surreale della vicenda stessa
laddove un esercito di signore della buona società tenta di sopperire all’isteria da inazione, circondata da una moltitudine povera e indigente al punto da non potersi permettere malessere
alcuno. La pellicola non intende certo affrontare questi temi con la severa indagine di un Victor Hugo. E’ questa e rimane questa, una commedia con tutti i limiti del caso, ivi compreso il fatto
che dopo pochi minuti oramai il finale appare evidente anche ai più sbadati, cosa che, tuttavia, visto che gradevolmente si arriva alla fine, torna invece quale elemento a pro della
bontà dello stile narrante. Uno stile moderatamente dissacratore quanto sempre di buon gusto, esente da ogni e qualsiasi esercizio gratuito della violenza anche verbale, con qualche punta di
irriverente surrealismo nella rappresentazione e nell’evoluzione del nostro strumento che non viene mai menzionato con il suo nome reale, proprio per lasciare tutta l’impalcatura dello scherzo su
toni leggeri, tanto che l'unica definizione che ne verrà data è di "massaggiatore elettrico". Finirà infatti, lo stesso, per chiamarsi “Jolly Molly”, in onore a quella ardimentosa che per prima
volle provarne gli effetti a rischio della vita ed una sua versione dalla carrozzeria particolare ed impreziosita, finirà per essere accettata anche da una oramai attempatella Regina
Vittoria, simbolo del più puritano dei perbenismi inglesi che, suo tramite, pare simbolicamente cedere il passo al progresso e, perché no, al piacere che certo atteggiamento sociale da lei
perseguito aveva in qualche misura reso inviso o, quanto meno, falso segreto tra i segreti più falsi. Il nostro Granville di fatto sembra una vittima impotente di fronte ai continui accadimenti
che sconvolgono il retaggio puritano della sua educazione, inibiscono gli ideali per i quali si era dedicato alla medicina, ideali che appartengono a quella scarna schiera di alti intendimenti
che mai o quasi, poi nella realtà vengono a soddisfarsi ed a trovar ragione d’essere. Non potrà che finire nelle braccia che l’inizio della storia decretava come le più improbabili, ma si sa che
la commedia ben altro può piegare al proprio volere. Un anti-eroe che vince per la sua innocenza, che supera indenne tutte le peripezie e lo rende l’artefice del buon gusto tutto con il quale la
surreale vicenda viene narrata.
Che altro dire se non celebrare la non eccezionalità della pellicola che, una volta tanto, è risultata giusto mix di tranquilla scorrevolezza, al termine della quale altro non si può se non plaudire a chi ha compiuto come massimo sforzo quello di non eccedere. La fotografia stessa e le ambientazioni sceniche sono quanto di più conosciuto potesse presentarsi, così come d’altronde tanti piccoli colloqui che in realtà sono anch’essi mero contorno e riempimento. Mentre il dubbio sornione in fondo resta per questa moltitudine di signore ben distinte che si apprestano anche in strada a fare la coda per provare la straordinaria e meccanica terapia. Una fila composta, ordinata, educatamente inglese, dove solo qualche lieve ed appena accennato ammiccamento lascia intuire una possibile consapevolezza che mai trascende minimamente nella volgarità. Il picco dell’ironia e della trasgressione in ogni caso resta fino in fondo celato. Occorre infatti, se si vuol scoprire la parte più “dichiaratamente realistica”, scorrere tutti i titoli di coda a fianco dei quali si rivela … la storia e l’evoluzione del magico congegno.
Vedo già schiere di critici incalliti a far l’elenco di ciò che non v’è, di quello che si ripete, di quanto sia conosciuto e di quanto poco spessore risulti tutto l’apparato. Dovrebbero soltanto plaudire invece ad un’ironia giocata con grazia, senza iperboli né storture, per questo forse iper-reale molto più di esperimenti che vogliono avere la pretesa di indicare, oltre alla morale, anche lo specchio da cui dover guardare. Forse l’argomento non valeva la pena? Può darsi ma anche no. In fondo forse, quale che sia l’effetto che possa aver prodotto, son sicuro non avrà fatto del male. Nel peggiore dei casi avrà, per un momento, contribuito a far dimenticar quell’isteria, quella troppo vera, che tutto ormai circonda.