Le illustrazioni di Norman Rockwell ed in particolare le
copertine del Saturday Evening Post che ha creato durante un arco di tempo che comprende quasi quaranta anni, sono un testimone, in parte inatteso, sia del mutare della storia sociale degli Stati
Uniti, sia, di conseguenza, del trasformarsi dell’approccio alla festività del Natale, con tutte le sue implicazioni, religiose o meno. Sul Natale, oramai alle porte e sul significato della
sua data, probabilmente sappiamo tutto o quasi. La storia lo individua inizialmente come una festività che si teneva durante il solstizio, ovvero il 21 dicembre secondo l’attuale calendario in
vigore, data in cui l’anno ci riserva il giorno più corto e, per conseguenza, data dopo la quale il lento riallungarsi della durata della luce prelude ad un nuovo ciclo. E quindi in questo senso
una sorta di nuova nascita dell’anno e con quanto in ciò si possa auspicare per i nuovi raccolti e quindi quell’abbondanza che, almeno
nell’antichità, avrebbe rappresentato la sopravvivenza e, in senso più lato, la vita stessa. In questa tradizione risalente ad oltre un millennio
prima di Cristo si è inserita la ricorrenza puramente religiosa la quale, effettuando una sorta di cammino a ritroso dalla data di morte del Cristo
che sarebbe avvenuta il 25 di marzo, tolti a questa il periodo della gestazione, si arriverebbe ad identificare nel 25 dicembre la data della nascita dello Stesso, facendo dunque diventare questa
data un simbolo di comunione tra nascita religiosa e rinascita temporale.
Oggi il Natale, anche se non si vuole necessariamente far riferimento all’una o all’altra motivazione è di fatto, nell’occidente tutto, ma anche in alcuni paesi dell’oriente, come la
Cina ad esempio, sempre più occasione per togliere i freni a tutti quelli che normalmente si definiscono buoni sentimenti e valori, che - e qui lo dico con una leggera vena polemica perché certo
consumismo se la merita - di fatto divengono strumento per scambio di regali, promesse e, più in generale, di una omnicomprensiva riscoperta
d’affetto e di buoni gesti. Praticamente, per tanti è - con fare un poco malandrino - , divenuta una sorta di annuale indulgenza plenaria. Vittime ed
allo stesso tempo, fortunati destinatari per eccellenza, sono i bambini, sui quali si riversa la maggior parte di queste manifestazioni di affetto e, più che altro, di regali, dagli stessi
sognati ed agognati al punto che vi è tutta una procedura - almeno per i più attenti alle regole - da seguire. Rockwell, nell’affrontare inevitabilmente il momento del Natale come uno dei grandi
appuntamenti in cui la società mostra una faccia diversa ed al cui risultato si impegna tutta, ne ha illustrato tutte le fasi, principalmente viste nel tentativo di esaltare quanto di buono
poteva nascondersi in questo gran daffare. Senza dubbio la sua visione a molti è risultata velata di quella falsa ipocrisia che sempre accompagna ogni immagine che voglia mostrare una società
dedita a qualcosa che non sia la truffa politica o finanziaria o ancora quel mal sottile che tutti sembra accomunare che altro non è se non
..menefreghismo. Non mi sento totalmente d’accordo con questo integralismo che taccia necessariamente come falsa ogni manifestazione sociale
interpretata come buona volontà. Molto più stonato invece mi appare quel buonismo forzato per cui solo in questa occasione ci si ricorda di essere qualcosa di diverso, o, ancor più, l’uso
sfrenato che di questa occasione fanno gli splendori della pubblicità con l'ovvia congerie di mandanti ed a ruota tutti coloro che sperano in un qualche modo di “cavalcar l’onda” e portare “fieno
in cascina”. Ma, visto che è Natale, non volendo esentarmi da quella vasta quanto dimenticata normalità alla quale mi pregio di appartenere, voglio invece godermi i disegni di Rockwell, là dove l’unica pubblicità, gratuita tra l’altro, - con unica esclusione di un apparizione nei suoi disegni della Coca Cola, anche se
non sulle copertine del Saturday Evening - è quella verso visi speranzosi, meravigliati, senza che prodotto o servizio alcuno intervenga
nell’immancabile tentativo di farci capire che è tutto merito suo: ancora non lo eravamo, ma oggi standosene a quanto tentano di dirci, di fatto sembra che siamo quello che compriamo (in parte
sarebbe anche vero ma non a seguito di questa orgia all’insegna del “consumo ergo sum”).
Orbene, siamo al momento della lettura degli intenti e delle richieste, al momento di intavolare con Babbo Natale, ebbene si!, proprio lui, quella sorta di mercato, durante il quale, da perfetti maestri dell’estorsione, in cambio dell’arrivo di luccicanti regalìe, sull’altro piatto della bilancia mettiamo … promesse (oltre ad un immacolato curriculum vitae dell’anno appena trascorso), in base alle quali il nostro comportamento sarà irreprensibile e cristallino, insomma, una sorta di prova generale - traslando i termini - del nostro futuro di parlamentari: tu manda che io ti prometto! Per fortuna l’età alla quale ci si accinge a formulare le richieste al Babbo per eccellenza, ci tengono al sicuro da simili confronti, anzi, tanto di prendono per l’impegno e la tensione che quando arriverà il momento in cui tutto svanirà ed il sogno ad altra realtà lascerà il posto, la nostra “matura” età ci obbligherà a capire ed ogni manifestazione di imbarazzo o di commossa delusione dovrà dunque relegarsi nel privato, lontano dal pubblico disprezzo.
Inviata dunque la lettera con indirizzi che spesso variano per la destinazione ma si sa … noi stessi abbiamo spesso due telefonini, due o tre email ed altri indirizzi su Twitter e Facebook per cui … figuriamoci Lui! Non è importante dove sarà inviata la missiva quanto il fatto che arrivi a giusta destinazione. Così per Babbo Natale inizia il lavoro. Un lungo e coscienzioso lavoro.
Mentre nel frattempo, Rockwell non si esenta dal rappresentare anche la faccia più povera di ogni Natale laddove i musicanti, infreddoliti e vestiti miseramente, riescono comunque a trasmettere
una dose di dignità tale da non incitare facili quanti falsi moti di compassione. Questo è uno degli elementi che maggiormente danno spessore alle
sue illustrazioni, ovvero la presenza sempre e costante della dignità, dell’orgoglio talvolta, nonché di un sano spirito ironico che in qualche modo vogliono indurre a sperare nell’esistenza di
qualcosa di positivo.
Certo la sua produzione è fondamentalmente rivolta ad una certa fascia della popolazione statunitense, a quella piccola borghesia
che tuttavia non ammicca necessariamente alla ricchezza che spesso, anzi, viene nei disegni irrisa, a vantaggio di quella furbizia che sovente nasce tra le difficoltà. Resistono tuttavia, sopra
ad ogni dubbio possibile, alcuni inalienabili valori che sempre coronano l’atmosfera delle illustrazioni. Tra di essi vi è la famiglia e soprattutto la figura della madre, in un periodo dove
due guerre mondiali hanno spesso allontanato i figli o i mariti, molte volte per sempre. Anche il Natale riprende questo tema con l’arrivo di qualche parente lontano, ricostruendo quel sollievo
che si manifesta nell’abbraccio materno di fronte alla famiglia tutta, ricompattata, risollevata. Così come, in occasione dei due periodi bellici, in una copertina del Natale 1918, una moglie
addobba la casa intorno alla foto del marito, disperso o morto in Europa, mentre in quella del 1942 un Babbo Natale invero un poco irruento, sfonda tutte le brutte notizie della guerra tentando
con la propria vitale bonarietà, di concedere un attimo lontano dai pensieri tristi del conflitto.
Nel frattempo, stavamo dicendo, Babbo Natale, mentre gli altri si pregustano l’evento, lavora a più non posso; le richieste sono tante e tanti i balocchi da preparare aiutato, come sempre dagli gnomi.
Parimenti in casa i soliti grandi lavori con l’addobbo dell’albero e, di nascosto ai ragazzi, la preparazione di pacchi e pacchetti che poi, d’incanto appariranno sotto l’albero.
E’ una moltitudine che in fretta si prepara, già abituata a far tutto all’ultimo secondo, indaffarata nel freddo pungente così come nel caldo dei buoni appartamenti dotati di un tal riscaldamento da stare in maniche di camicia, segno di un benessere che é largamente diffuso o, comunque, non tanto importante in questo momento (anche se invero questa è una immagine tipicamente americana sia degli anni antecedenti la guerra, durante l’epopea del “New Deal” di Roosewelt, sia del dopoguerra visto che in quel caso, l’Europa era completamente devastata).
Un momento ancora e alfine la festa arriva, anzi , il giorno precedente, che tutti strugge nell’attesa, nella speranza, taluni anche nella preghiera. Arriva Babbo Natale che cerca gli indirizzi, controlla i nomi ed inizia la consegna in quel silenzio che accompagna la notte per non farsi scoprire dai ragazzi che spesso occorre minacciare per mandare a letto, là dove stenta ad arrivare il sonno e dove ogni piccolo rumore può essere il segnale dell’arrivo.
Infine la festa, i regali, gli amici che vengono, i parenti, e tutta quella grande immensa confusione per la quale in un altro momento, più in là nella storia, hanno deciso che anche il giorno successivo debba essere festa. Nessuna la ricorrenza particolare da osservare, solo il tempo da concedere alla mamma per mettere a posto.
Sperando che tutto sia andato come nei nostri desideri e che, soprattutto, la nostra ansia di scoprire i regali non ci abbia anzitempo portato a frugare nei cassetti non nostri, là dove non si deve, con il rischio di ricevere, pessime sorprese.
Norman Rockwell finirà negli anni ’60 di disegnare copertine. Insieme alle sue illustrazioni tanti e tanti Natali son passati, alcuni con regali belli, altri, purtroppo da dimenticare. Tra poco metteremo nel cassetto anche questo sperando sia, come il più giusto degli auspici vuole, di quelli da mettere tra le cose belle da ricordare. Per adesso, se volete, prendete gli auguri che vi mando volentieri. Non dovuti, senza obbligo alcuno, così come per voi la scelta di accettarli, o meno. Auguri per quello che volete, che più cercate, che più vi sembra giusto possa esser da desiderare. Auguri.