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Nel 431 a.C. ha inizio la trentennale guerra del Peloponneso. Alla fine del primo anno di guerra, gli Ateniesi organizzano le esequie ufficiali per i caduti, esequie che prevedono un discorso funebre, destinato ad essere pronunciato da un uomo di particolare prestigio. In quella particolare occasione fu scelto Pericle che non fece una semplice celebrazione formale degli ateniesi morti, ma si produsse in un vero e proprio manifesto della democrazia ateniese, testo che ci è stato tramandato da Tucidide e che corrisponde ai paragrafi 36, 37 e 38 del secondo libro delle “Guerre del Peloponneso”. atene2Così ci riporta quel brano: “…Ma illustrerò, per poi volgermi all’esaltazione di questi morti, i principi di vita che ci hanno diretti a tanta potenza, e la costituzione e i costumi civili in virtù dei quali s’è potuta estendere e consolidare. Poiché non solo stimo opportuno in questo momento ripercorrere quei temi, ma anche utile per la folla qui riunita dei concittadini e dei forestieri porgervi ascolto. Il nostro ordine politico non si modella sulle costituzioni straniere. Siamo noi d’esempio ad altri, piuttosto che imitatori. E il nome che gli conviene è democrazia, governo nel pugno non di pochi, ma della cerchia più ampia di cittadini: vige anzi per tutti, da una parte, di fronte alle leggi, l’assoluta equità di diritti nelle vicende dell’esistenza privata; ma dall’altra si costituisce una scala di valori fondata sulla stima che ciascuno sa suscitarsi intorno, per cui, eccellendo in un determinato campo, può conseguire un incarico pubblico, in virtù delle sue capacità reali, più che nell’appartenenza a questa o a quella fazione politica. Di contro, se si considera il caso di un cittadino povero, ma capace di operare un ufficio utile allo Stato, non gli sarà d’impedimento la modestia della sua condizione. Nella nostra città, non solo le relazioni pubbliche s’intessono in libertà e scioltezza, ma anche riguardo a quel clima di guardinga, ombrosa diffidenza che di solito impronta i comuni e quotidiani rapporti, non si va in collera con il vicino, se fa un gesto un po’ a suo talento, e non lo si annoia con visi duri, sguardi lividi, che senza voler esser un castigo, riescono pur sempre molesti. La tollerante urbanità che ispira i contatti tra persona e persona diviene, nella sfera della vita pubblica, condotta di rigorosa aderenza alle norme civili dettata da un profondo, devoto rispetto: seguiamo le autorità di volta in volta al governo, ma principalmente le leggi e più tra esse quante tutelano le vittime dell’ingiustizia e quelle che, sebbene non scritte, sanciscono per chi le oltraggia un’indiscutibile condanna: il disonore. Non solo, ma anche abbiamo creato per lo spirito occasioni numerose di svago dai quotidiani sacrifici, istituendo giochi e solennità religiose in tutto l’arco dell’anno, arredando con eleganza le nostre abitazioni, il cui quotidiano godimento fa svanire, giorno per giorno, ogni tetro pensiero. Da tutte le contrade del mondo, l’importanza della nostra città richiama prodotti d’ogni specie, onde ci sorride la fortuna di poter cogliere i frutti del nostro suolo, e ritrovarvi gioiosamente un gusto non più familiare e intimo di quelli che affluiscono da paesi lontani…”. Di tutto ciò ne atene1hanno lasciato traccia, studi, scritture che non sono solo la storia tramandata da Tucidide ma anche la logica di Aristotele che l’ha supportata, l’impegno costituzionale di Sofocle che l’ha raffinata ed il lavoro più o meno riconosciuto di generazioni di uomini che formarono l’intellighenzia  sulla quale ha proliferato. Cosa ne è dunque oggi di quella intellighenzia? Ciò non induca a percorrere sentieri politicamente o moralisticamente etichettabili, bensì riaffermi la centralità dell’uomo come protagonista del proprio destino, ne riavvalori il senso di partecipe dell’universo e, soprattutto, indaghi, su un piano etico ben più evoluto di ogni millanteria politica, le radici  dell’oggi, alla luce di una storia anche non troppo lontana, nel corso della quale all’antica ed augusta δημοκρατία (democrazia) che sopra a tutto era uguaglianza di doveri, si è sostituita una più subdola quanto indulgente ed ammaliante nuova oλιγαρχία (oligarchia). Una oligarchia (“oligoi” (ὀλίγοι) = pochi e “archè” (ἀρχή) = potere), ovvero un potere di pochi che però ha saputo essere suadente, ha saputo illudere, ha saputo far credere di essere proprietari del diritto, inducendo ad esercitarlo  senza più valutarne i confini, dimenticando che a tale esercizio occorreva accomunare la coscienza del dovere, la capacità di individuare un futuro che potesse essere sostenbile e non, per quanto intrigante, sopra le possibilità, portando quindi a scommettere anche sull’avvenire seguendo la strada dell’avere piuttosto che non quella dell’essere. Ma non è questo errore nuovo.

La storia infatti ci ricorda che al tempo, la democrazia di Pericle ebbe non certamente lunga vita. Sparta ed il regime degli oligarchi, ovvero  il "governo dei 30 tiranni" (οἱ τριάκοντα) avrebbero presto tolto ogni velleità. La Grecia che fu maestra anche in politica per tutto il mondo, reduce da una travagliatissima storia, peraltro interrotta e quasi annientata da quattro lunghi secoli di dominazione ottomana, pervenne nel 1821, prima alla libertà, o meglio, prima a liberarsi del padrone ottomano e poi, con un cammino irto di difficoltà, ad un periodo di rinnovata rieducazione alla sovranità che portò, dopo una ulteriore interruzione per un golpe militare negli anni settanta, ad una nascente democrazia occidentale ed alla ennesima revisione della costituzione, secondo uno stampo moderno, europeo, non necessariamente laico, ma certo molto  libertario. Ne aveva bisogno questo paese dopo secoli di travaglio, ne aveva bisogno al punto che, per evitare che ogni e qualsiasi sopruso potesse essere esercitato anche in tempo di pace, esplicitamente, al comma 5° dell’articolo 4, così recita: “…Οι Έλληνες πολίτες συνεισφέρουν χωρίς διακρίσεις στα δημόσια βάρη, ανάλογα με τις δυνάμεις τους…”, ovvero “ ….I cittadini greci contribuiscono senza distinzione alle spese pubbliche in proporzione ai loro mezzi….”.atene3Tutti abbiamo ben presente la situazione odierna dell’Europa, dell’Italia e di questo paese che, anche nei disastri, si è mostrato il più avanzato in Europa: ancora una volta ha voluto fare da faro per meglio far comprendere la strada agli altri, anche quella della rovina. Oggi in Grecia la classe media, l’ottocentesca nascente borghesia, il ceto medio, ovvero le famiglie degli impiegati, dei piccoli imprenditori, dei piccoli commercianti, dei piccoli professionisti, è praticamente annientata, ridotta al 30% di ciò che era solo due anni fa. Ancora una volta, come successe alla democrazia ateniese di Pericle, l’oligarchia (ben rappresentata dalle storiche famiglie che in questo paese detengono potere politico ed economico) ha perpetuato quel ciclo continuo di corsi e ricorsi storici che la storia periodicamente ci sottopone. Resta in piedi ancora, quasi come una beffa, la costituzione ed il suo articolo quarto dal quale oggi, finalmente si evince che la fine arguzia legislativa non consisteva nell’affermare che “senza distinzione”, quindi senza differenze di ceto tutti avrebbero contribuito, dando dunque una patina di sublime uguaglianza alla popolazione di fronte allo Stato, quanto nella comprensione di quella “giusta proporzione” che evidentemente contemplava unicamente ricchi più ricchi, poveri più poveri e ceto medio dissolto,  così come suonano a oltraggio le antiche parole “….seguiamo le autorità di volta in volta al governo, ma principalmente le leggi e più tra esse quante tutelano le vittime dell’ingiustizia e quelle che, sebbene non scritte, sanciscono per chi le oltraggia un’indiscutibile condanna: il disonore…”. 

Il disonore …..  certo termine desueto, quasi da operetta, anzi, da tragedia! Il disonore …. Il disonore della coscienza, il disonore dell’intelleto, il disonore della civiltà che è divenuta ahimé, mestamente antenata della società incivile che oggi ci avviluppa, nella quale annaspiamo, divertendosi a sbeffeggiare i potenti decaduti proprio come un popolino guidato da Masaniello o Meo Patacca che oltre la vendetta chiede solo diritti mancati, dimenticando sempre che questi verrebbero da soli se solo esercitassimo con coscienza la strada del dovere civile, la strada dell’equa convivenza. Se solo non delegassimo sempre ad altri la ricerca delle soluzioni per poi poter alla fine inveire per i mancati successi, come fossimo esenti da ogni responsabilità. La qualità della vità è innanzi tutto qualità di comportamento, qualità di coscienza, qualità nel proprio dovere di cittadino, qualità di pensiero, qualità di azione, qualità anche nel sacrificio di sapersi da soli educare.

atene4


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Tag(s) : #Attualità
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