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Domani saranno esattamente 22 anni che è caduto il muro di Berlino, l’ultima onta della guerra fredda. Finito di erigere il 13 agosto 1961, divideva da oltre 28 anni la città in due parti. Era una divisione profonda, non soltanto territoriale ma oramai era divenuto simbolo sempre più vacillante dello scontro di due culture, di due mondi che solo la prima e la seconda guerra mondiale avevano visto come alleati, forzati ed obbligati.  Entrambe le volte contro la Germania, quella Germania che con la sua storica capitale, Berlino, divisa proprio nel cuore, in corrispondenza della Porta di Brandeburgo, sembrava stavolta dovesse pagare il proprio debito, con acida ironia, mostrando al mondo che solo la catastrofe della guerra era stata capace di unire quei due mondi così apparentemente diversi.berlino5

Alla fine della seconda guerra mondiale, all’Unione Sovietica, prima ad entrare nella città, spettò la parte più ampia, corrispondente ai settori di Friedrichshain, Köpenick, Lichtenberg, Mitte, Pankow, Prenzlauer Berg, Treptow e Weißensee. Inizialmente vi era libera circolazione per la cittadinanza anche se tutto il territorio circostante la città era stato di fatto affidato ai sovietici e pertanto i tre settori della città controllati da Inglesi, Francesi e Statunitensi, restavano tre isole all’interno di un vasto territorio “straniero”. Terminata la guerra, i processi che seguirono e rivolto dunque lo spirito alla costruzione del nuovo assetto mondiale, iniziarono subito le difficoltà e già nel 1948 gli ex alleati furono costretti ad avviare quello che sarà poi riconosciuto come il più lungo ed imponente ponte aereo per rifornire le popolazioni dei propri settori poiché i Sovietici avevano chiuso le frontiere. Il ponte aereo durò per 462 giorni e, nei momenti di maggior difficoltà, vedrà l’effettuazione di oltre 1350 voli giornalieri, dopodichè fu restaurata una sorta di calma apparente. La guerra era di fatto ricominciata, “fredda” come fu poi definita, in quanto non sfociò in aperte operazioni belliche ma fu - fortunatamente sotto un certo aspetto, visto che entrambi i contendenti a questo punto erano in possesso della bomba atomica la cui inarrestabile produzione serviva come deterrente - contenuta in una guerra, quella sì aperta e senza esclusione di colpi, fra servizi segreti, spie ed abili diplomatici.

berlino2Nel 1952 i confini tra i settori sovietico e quelli degli alleati vennero definitivamente chiusi e rinforzata la presenza militare da entrambe le parti anche se le continue fughe riguardavano principalmente cittadini della parte sovietica che tentavano di passare come è divenuto poi d’uso comune dire “all’ovest”. Questo continuo e sempre crescente esodo fu preso a pretesto per rinforzare sempre più il confine nella parte interna della città fino a quando, il 12 agosto 1961, iniziò la vera e propria costruzione del muro che circondò praticamente i settori controllati dagli ex alleati, quella che da allora si chiamerà “Berlino ovest” e ciò nonostante che poco più di un mese prima, l’allora capo di stato della DDR, ovvero la Deutsche Demokratische Republik, Walter Ulbricht, aveva assicurato che “nessun altro ostacolo sarebbe stato costruito per dividere i due settori”. berlino1La popolazione di tutti i settori rimase scioccata sia per quanto sapevano significasse quel muro, sia per i modi anche estremamente rudi con i quali tutti i fabbricati che tagliavano il confine vennero praticamente senza preavviso, liberati, lasciando nella disperazione una infinità di famiglie là residenti. La scusa dei “costruttori” ovviamente rovesciava come di consueto l’evidenza; fu infatti da parte sovietica sostenuto che tale protezione era necessaria contro una probabile invasione occidentale. In ogni caso ben 155 kilometri di muro furono costruiti isolando Berlino Ovest dal resto della DDR e nel 1962, visto che le fughe continuavano con allarmante sistematicità, fu anche costituita all’interno della parte sovietica una sorta di terra di nessuno, una striscia di terra delimitata da un secondo muro costruito più internamente, sorvegliata da riflettori e pattugliamenti continui. Il muro subì poi, come i più pregevoli monumenti, una rigorosa manutenzione  sino ad arrivare, nel 1975, all’istallazione dei blocchi in cemento (45.00 pezzi alti 3,6 metri) che rimasero poi fino al giorno della fatidica caduta.

berlino4Il muro portò con sé nuovamente in pubblico l’orrore della morte, l’orrore del confino, dell’esilio. Fra tutti i tentativi, particolarmente drammatico fu quello di Peter Fechter, diciottenne che, ferito dalle guardie sovietiche di frontiera, fu lasciato a morire nella “terra di nessuno” sotto gli occhi dei media occidentali.

Ma il muro non era, sin dal giorno della sua costruzione un problema limitato ai berlinesi, era un simbolo ed il mantenimento della sua presenza rappresentava con il passare degli anni, un simbolo della compattezza del Blocco di Varsavia che pure già con Budapest nel 1955 e poi con Praga con la “primavera” del 1968, aveva già avuto due violenti scossoni alla propria integrità. Le cose non migliorarono negli anni a venire tanto più che i sovietici, forti forse del successo indiretto ottenuto contro gli Stati Uniti nel confronto ravvicinato sul territorio vietnamita, tentarono a sorpresa l’invasione dell’Afghanistan, operazione che si concluse ad inizio del 1989 dopo un totale e severo insuccesso. Con la popolarità scesa ai minimi storici, le casse statali dissanguate, l’Unione sovietica, inderogabilmente andò contro il proprio disfacimento. Fu un effetto domino che investì l’intero Patto di Varsavia i cui paesi avvertivano che l’Unione Sovietica era allo stremo delle forze sia finanziarie che, di conseguenza, ideologiche perché il fallimento sul campo militare divenne fallimento sul piano economico e quindi politico. Il sistema collassò e l’Europa orientale nel solo 1989 vide Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania (anche se quello è da considerarsi un caso particolare) liberarsi con l’affermazione di movimenti politici  contrari al regime fino a che, il 9 novembre 1989 anche il più importante simbolo della presenza sovietica in Europa crollò  con l’abbattimento del muro di Berlino. In realtà la demolizione durò qualche tempo ma dal 9 furono permesse nuovamente libere visite tra le due cittadinanze separate e via via l’afflusso alla frontiera ed ai check-point divenne festa sempre più grande e incontrollabile; nessuno si oppose minimamente, neanche nella concitazione del momento vi fu alcun incidente, segno evidente che l’avvenimento era quanto meno atteso.

Le conseguenze oggi sono da misurarsi sotto aspetti diversi. Su tutti il “miracolo” specificatamente tedesco, che vede i suoi territori naturali riuniti, sotto una unica bandiera. Lo sforzo della riunificazione è oggi premiato dalla leadership in Europa, nonostante che, il riassorbimento della DDR, ufficialmente ricordato come avvenuto il 3 ottobre 1990, la Germania Ovest abbia sostenuto  degli ingentissimi costi, seppur usufruendo di enormi prestiti da parte della Comunità Europea e degli Stati Uniti, anche se, prima dell’adozione dell’Euro vi sono stati dei costi differiti, ovvero un incrocio nella svalutazione delle monete tale per cui un poco tutti i paesi ne hanno risentito sulle rispettive valute.

Resta il fatto che oggi, la Germania ha quasi azzerato il divario economico tra est ed ovest del paese che, nel 1995, anno della mia ultima visita in Germania ex orientale, era ancora molto evidente anche ad un qualsiasi sprovveduto. Le stime che ci vengono offerte indicano che entro il 2020 presumibilmente il livello economico sarà equamente distribuito in tutto il territorio tedesco e che lo stato, già all’interno dei canoni economici “imposti” dalla comunità europea, avrà azzerato il suo debito della riunificazione.

berlino3Tutto ciò accade mentre in Russia e negli ex paesi satelliti vi è la nascita di un nuovo capitalismo post-comunista e nel resto del mondo occidentale tutto sta andando a rotoli (fatte salve poche, isolate eccezioni), significando che anche questo sistema occidentale è, in buona parte imploso. Inoltre in molti paesi dell’est europeo, sta addirittura avvenendo una sorta di risorgimento dei nostalgici che, al grido di poco ma garantito, quasi rimpiangono quel regime che pur erano arrivati ad odiare ma che almeno al minimo necessario provvedeva, come alloggio e lavoro. E potrei qui confermare tali affermazioni  per averle direttamente avute come risposta a domande da me poste durante una visita in Polonia nel non lontano 2008.

Ironico il destino, quello storico almeno. Si disgrega un sistema e l’altro, per una sorta di empatia lo segue, con i suoi modi, le sue strade, ma comunque lo segue e si frantuma anch’esso, come fratelli che si ritrovano, in ogni caso coscienti di aver gestito il mondo per un buon cinquantennio. Fra tutte queste disavventure la indubbia verità, anche questa storica. Dal 1870 la Germania ha vinto una guerra e due ne ha perse, ha subito una feroce depressione ed oggi, a conti fatti, per la terza volta, nell’arco di un ventennio, è tornata più forte di prima, almeno secondo quegli stessi canoni che vedono metà della comunità europea sproporzionatamente indebitata o a rischio più o meno grande di default. Gran popolo questo, protagonista nel bene e nel male. Addirittura v’è chi azzarda nuove teorie sulla genetica della politica, per giustificare l’indole all’ordine  ed al dovere, ma credo non sia necessario sfidare leggi nate con tutt’altri intendimenti e che rischiano, oltre tutto di essere fuorvianti. Devo, invece, osservare con ammirazione cosa sia oggi divenuto ancora una volta questo paese, dopo aver ereditato da appena venti anni una DDR in piena arretratezza industriale e tecnologica, con venti milioni di abitanti il cui reddito medio era, nel 1987 di 1500 dollari all’anno (in Italia ad esempio era di circa 6500). Un paese ancora una volta tornato forte, ma, a differenza dei suoi storici precedenti, stavolta non è una forza esente da rischi. Il più forte certamente lo é finché resiste l’Europa ma al contempo vedrebbe più di tutti svanire nel nulla gran parte della propria ricchezza se l’euro dovesse cadere.


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Tag(s) : #Storia e Filosofia
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