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Con 107 voti a favore dell'adesione della Palestina, 52 astenuti tra cui l'Italia, e 14 rifiuti, da ieri la Palestina è membro effettivo dell’UNESCO, l’organizzazione mondiale (United Nations Educationals, Scientific and Cultural Organization), braccio culturale dell’ONU, che si occupa del patrimonio storico, scientifico e naturale dell’umanità.

La reazione che su tutte oggi sarà principalmente menzionata in occidente sarà quella che riferirà dello sdegno di Israele che già, attraverso i suoi organi ufficiali, presenti alla cerimonia, ha esplicitamente considerato tale avvenimento come “una tragedia” ovvero qualcosa che allontanerà molto il presunto processo di pace in atto.  A tale affermazione farà eco la voce degli Stati Uniti che già hanno annunciato di bloccare il loro sostegno di 60 milioni di dollari all’UNESCO.

Di fatto l’impatto con i numeri relativi al conteggio dei voti non lascia spazio a controverse interpretazioni: solamente 14 stati hanno manifestato un aperto dissenso e 50 di loro, seppur combattuti probabilmente più da questioni legate all’economia ed alle strategiche alleanze politiche, hanno quanto meno preso in considerazione anche il fatto che oggi, dopo una guerra che si prolunga ininterrottamente dal 1948 (almeno quella ufficiale che parte dalla data di nascita dello Stato di Israele), ovvero da ben 63 anni (!) fosse necessario un segno tangibile verso la distensione da parte della Comunità Internazionale ed hanno dunque, per opportunità optato per una seppur mediocre “astensione” che, in questo clima, é una quasi affermazione.

Dunque, l’accettazione della Palestina è il riconoscimento della propria sovranità  o, quanto meno il riconoscimento dell’ovvietà storica che dice che la nazione palestinese esiste, al pari degli altri Stati e, da ieri, in quel consesso, con pari dignità.

La storia si perde indietro nei secoli, ma, senza andare a rintracciarne complesse origini addirittura preistoriche, é emblematico dell'importanza di quanto ieri accaduto, l’ultimo secolo, quello più dilaniante, che ha visto nei suoi inizi la caduta dell’Impero Ottomano allorché perse tutti i propri possedimenti in Africa e nel Medio Oriente. Lasciò così il posto a quella “dominazione” inglese (mascherata sotto l’eufemismo di “mandato britannico”) che, al termine della Seconda guerra mondiale, con quello spirito di accondiscendente imperialismo che a proprie spese aveva imparato ad usare in India seguendo – obtorto collo – lezioni di diritto umano ed internazionale  da un certo Mohandas Karamchand Gandhi detto il Mahatma, avrebbe provveduto a lasciare una eredità scomoda in un territorio che fino all’ultimo tentò di tenersi stretto, tanto per non perdere di vista quel certo canale di Suez, strategicamente fondamentale e che oggi comunque controlla sia con uno stato per il momento “amico” come Israele, sia, e soprattutto, con gli occhi elettronici, situati in territorio greco-cipriota, che ricoprono la sommità del Monte Olimpo (una volta almeno popolato da dèi!!), per l’esattezza la cima Chionistra.

Di fatto gli eventi tragici della Seconda Guerra Mondiale  offrirono una conseguenza strategicamente logica per i vincitori e, soprattutto, immensamente popolare e da tutti plaudita. Il ritorno in massa degli Ebrei in Palestina. Sì, il ritorno, tale da definirsi anch’esso per una ovvietà storica. Lì nell’antichità che conosciamo ebbe origine la loro cultura e, soprattutto, la loro religione. Quindi nulla vi sarebbe né vi è da eccepire sul principio che mosse il controesodo, operazione che, d’altronde, già gli inglesi per loro ovvio interesse, avevano iniziato sin dalla fine della prima guerra mondiale. 

E se la prima guerra mondiale, in funzione anti-turca fu l’epopea di Lawrence d’Arabia e di un improbabile idillio tra popoli arabo-palestinesi ed Inghilterra, già nel 1936, la seconda rivolta araba aveva ben evidenziato come il favorito ingresso di immigrati ebrei in quelle terre (a seguito della Dichiarazione Balfour del 1917)avesse già creato non poche difficoltà. Tale iniziale migrazione fu  decisa dagli Inglesi quale sorta di ricompensa agli ebrei ed in particolare a Chaim Weizmann che aveva inventato l’acetone, essenziale per l’approntamento della cordite atta al confezionamento di ordigni bellici. Fu Weizmann che, sollecitato da Balfour, richiese espressamente a nome del movimento sionista già ben radicato in Inghilterra, tale possibilità, facendo presente al deputato come loro, gli ebrei, “possedessero Gerusalemme quando ancora Londra era una palude”. Da notare comunque che, nella risoluzione che venne adottata dal Parlamento inglese di favorire un reinserimento ebreo, Balfour, ben chiaramente aveva chiarito ai sionisti che: "Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adoprerà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, ne' i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni"

palestina1Ma quei territori non erano disabitati anche se  fino all’inizio del mandato inglese non esiste un vero e proprio censimento per cui tutti i contendenti gonfiano o riducono la presenza di popolazione in quelle terre con largo margine di discrezionalità. Oramai da secoli altre popolazioni avevano lì costruito anche la loro storia. Sulla effettiva consistenza di quegli insediamenti, come è ovvio, oggi la storiografia è molto combattuta. Sta di fatto che innegabilmente quando iniziarono ad arrivare i primi coloni ebrei, quelle terre non erano disabitate.  Dal canto loro, gli inglesi, così come avevano fatto in India allorché lasciarono che musulmani e indù si sbranassero fra loro dando poi luogo agli stati di Pakistan (che inizialmente comprendeva anche il distaccatissimo territorio dell’odierno stato del Bangladesh) e dell’India, così in Medio Oriente cercarono unicamente di tenere sotto controllo la situazione, ovvero di tutelare i propri interessi lasciando che le due fazioni esacerbassero le proprie posizioni senza intervenire se non  nell’ambito di una  eventuale autodifesa ed apparentemente riconoscendo ad entrambi i contendenti parità di dignità. 

In quel clima iniziarono ad ingigantirsi i significati di tale scaramuccia che, per le sue iniziali dimensioni, la storia avrebbe potuto forse quasi dimenticare con il passare del tempo o, al massimo etichettare come un turbolento rientro del popolo ebreo nelle sue terre di origine. Invece non fu né è stato così. E due popoli divennero ciascuno simbolo di interessi diversi e contrapposti. Da un lato la coesione e la compattezza determinata degli ebrei che finalmente avevano trovato dopo secoli di che tornare alle proprie origini e la possibilità di rifondare un nuovo stato sulle terre degli avi, dall’altra l’incontrollabile frammentazione delle popolazioni arabe, ancora impregnate di una mentalità di tipo tribale che impedì loro di fare fronte compatto ed organizzato, così che Libano, Siria e Giordania agirono su fronti separati e seguendo ciascuno strategie diverse. Il gioco poi delle alleanze internazionali fece da cassa di risonanza.

Gli inglesi se ne andarono nel 1948, al termine del cosiddetto “mandato in Palestina”. Se ne andarono malvolentieri perché nel frattempo tutto il medio oriente , ricco di petrolio, si allontanava e gli immensi interessi commerciali di cui erano fino ad allora quasi esclusivisti,  dall’Iran all’Irak, dal Libano alla Siria, restavano isolati e come tali, ben presto vennero a dissolversi o, quanto meno a ridimensionarsi drasticamente.  Lasciarono una situazione drammatica sotto il profilo politico, in perfetto stile post-imperiale. L’immediata proclamazione dello Stato di Israele dette avvio a tanti avvenimenti che si svilupparono su un terreno già ardente, colmo di risentimenti, di diritti riconquistati e di diritti calpestati.

palestina2Nei decenni a venire il mondo avrebbe assunto il conflitto medio-orientale a simbolo  di un più vasto conflitto economico tra occidente consumatore ed oriente detentore delle riserve energetiche, come se quella terra, gravida di significati religiosi, dovesse, per dantesco contrappasso, divenire unicamente terra di martiri di tutte le confessioni.

L’indulgenza occidentale ebbe a suo tempo una enorme responsabilità nel sottrarsi da quel territorio ben sapendo che lasciava una polveriera innescata pronta ad esplodere. Oggi quello stesso occidente non si è più mostrato compatto, anzi. Gli schieramenti che si sono palesati nella votazione all’UNESCO  non sono più frutto di sole alleanze soprattutto commerciali (sia di esempio in ciò la diversità dei voti dei paesi membri della Comunità europea). Forse é il segno, finalmente, che un barlume di equa coscienza possa tornare ad imporsi o, comunque, segno che certi equilibri, certe forze in campo, non sono più solide come una volta e che, tra l’altro, la categoria degli “arbitri internazionali” sta passando di moda.

Quel diritto ad esistere che lo Stato di Israele ha per decenni invocato e richiesto a tutto il mondo per se stesso, sembra finalmente, possa applicarsi, equamente, anche agli altri popoli che affondano in quella stessa terra le radici di una storia, diversa, ma non meno importante.

La votazione dell’UNESCO, per la sua caratteristica di internazionalità va dunque intesa come uno stimolo a ritrovare la strada di una pace che, per essere possibile, non può passare altro che dal riconoscimento di uguali diritti per tutti i popoli che hanno costruito la storia di quella vasta zona geografica chiamata Palestina. Naturalmente si ravviseranno in questa decisione tutte le ovvie implicazioni politiche insistendo i conservatori occidentali (una volta chiamati filoamericani) nella convinzione - oramai anacronistica e superata dai fatti degli ultimi dieci anni -, che il riconoscimento della sovranità palestinese è implicitamente assunzione di una posizione filo terrorista e filo islamica, mentre invece, se davvero si vuole raggiungere una pace che tale oggettivamente sia e non sia  la pace israeliana o quella palestinese, occorre inderogabilmente passare dal riconoscimento  di quel documento, che l’ONU ha adottato nel lontano 1948 e, quindi , di conseguenza, anche l’UNESCO, che è la “Universal Declaration of Human Rights” e che ha inevitabilmente portato (anche se le cose più semplici e ovvie sono spesso le più difficili), ai risultati della votazione di ieri.

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Tag(s) : #Attualità
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