"A chorus line" nasce con una pesante eredità. Un film che muore senza aggiungere niente. Un film che sparirà, inosservato, nelle cineteche.
La trama
In un teatro a Brodway si ritrova un gruppo di ballerini per un’audizione. La vicenda narra di quanto succede durante le audizioni fino alla selezione dei prescelti. Un’attenzione particolare viene data alla figura di Cassie, ex fidanzata del coreografo che ha indetto la prova. Ma il finale non è il lieto e scontato. Così come per gli altri ballerini, dei quali verranno raccontate via via le esperienze spesso tragiche, anche per Cassie il futuro non riserverà altra sicurezza se non la passione per la danza, unico elemento al quale attingere la forza per andare avanti e riscattarsi.
L’eredità
Il film esordì con il pesante fardello di essere la rivisitazione di un musical che aveva dieci anni prima riscosso un enorme successo, anche se, l’ottimistica filosofia della produzione, intendeva sfruttarne solo l’impatto pubblicitario. Ma due furono gli errori commessi. Il primo, fu quello di cambiare radicalmente la colonna sonora togliendo del tutto o in parte canzoni che avevano costituito una buona parte del successo della versione teatrale, tra le quali “Hello Twelve, Hello Thirteen, Hello Love, Sing!” e “The Music and the Mirror”. Il secondo errore fu quello di abbandonare, a vantaggio della storiella d’amore fra Cassie e il coreografo, tutte quelle implicazioni inerenti il tema dell’omosessualità che nella pièce teatrale, emergendo dai racconti di vita dei vari protagonisti, erano non solo innovative e provocatorie ma, oltre tutto, davano uno spessore e una valenza sociale alla vicenda. Ciò nonostante, se il film riuscì in qualche modo a reggere l’impatto sia della critica che del pubblico, fu senza dubbio dovuto all’accorta regia di Attenborough che risolse tali mancanze, cosciente che forse era la sua unica arma disponibile per reggere il confronto, con una sapiente scelta delle inquadrature che esaltarono i balli molto più di quanto non si era potuto apprezzare nella versione teatrale. L’impatto che aveva potuto avere l’originale senza dubbio non era ripetibile; troppo era cambiato in quei dieci anni che erano passati. La prima rappresentazione poteva godere dello sprint della rivoluzione hippies così che abbigliamenti, acconciature e certe sregolatezze, identificavano quel movimento di trasformazione sociale che l’America tutta stava subendo. Il film doveva invece fare i conti con una società che aveva preso una certa direzione, in parte assimilando, in parte escludendo le istanze dei figli dei fiori. Certe argomentazioni non erano più efficaci, non potevano creare rottura o senso di ribellione, ma potevano venire interpretate, per contro, come soglia del fallimento. Inevitabile la constatazione amara con la quale il fim chiude senza averci lasciato niente da raccontare.
