Il 17 novembre di questo 2011 è il 38° anniversario di quella che in tutto il mondo viene riconosciuta come la Rivolta del Politecnico di Atene, o
meglio del suo epilogo. Tragico epilogo. Non è semplice affrontare fatti così vicini a noi, comprenderne la portata in termini, quelli storici, che possono dar loro il giusto significato e peso
nella vita di una nazione. Non è semplice, nella fattispecie, riuscire a valutare quale sia stata l’effettiva rilevanza dell’evento in questione nel
contesto di una dittatura ormai giunta alla sua fine. Troppo fresche sono le morti accadute per le quali continua ancora, come sempre succede in questi casi, il tragicomico saltellare dei numeri,
come già si sta iniziando a vedere, anche quest’anno, sui vari contributi che i media o i privati hanno deciso di dedicare a quell’evento.
Numeri che salgono e scendono a seconda che si voglia minimizzare o enfatizzare il fatto, sì che dai
24, minimi garantiti da tutti, si passa agli 80 di chi si fregia di fonti dirette in quella babele
interpretativa che si espande e si contrae, in virtù della tendenza politica, di ciò che si è letto, di come lo si è letto, di ciò che si è sentito.
Divenendo così depositari ciascuno di una verità diversa e facendo della storia un Esercizio di stile come ebbe ad insegnarci, seppur ad altri argomenti destinati, Raymond Queneau. E non che la
storia, specie contemporanea, talvolta non lo diventi un Esercizio di stile, anzi.
Orbene, dopo la fine della seconda guerra mondiale la Grecia fu posta, in base ai trattati di Yalta, sotto il controllo degli Stati Uniti al 70% ed al 30% dell’Unione sovietica, con l’immancabile forte presenza inglese che sarà il vero deus ex machina degli accadimenti post-bellici in tutto il bacino del Mediterraneo. Di fatto, la doppia ingerenza occidentale ed orientale portò alla guerra civile da cui la Grecia se ne uscì dopo essersi rotta le ultime ossa che le erano rimaste integre dopo il conflitto mondiale. Iniziò il tentativo di allestire un governo democratico, connivente con una monarchia che stava diventando sempre più di facciata ed incapace di assumere quel ruolo di guida che, probabilmente non aveva mai avuto, data anche la sua origine austro-ungarica ed il fatto di essere stata a suo tempo imposta dalle potenze che avevano sponsorizzato e deciso la guerra per l’indipendenza dall’Impero Ottomano.
Gli esecutivi che si susseguirono in quegli anni si mostrarono tutti indistintamente molto deboli, tanto che fu gioco facile, nella notte tra il 20 ed il 21
aprile 1967 per i colonnelli Papadopoulos, Makarezos e Ioannis Ladas, dare il via ad un fulmineo colpo di Stato che lasciò esterrefatto il paese, irritati i sovietici e ironicamente divertiti gli
americani che ovviamente in ciò vedevano la nascita di un altro dichiarato alleato contro il comunismo (come in effetti sarà). Da tutti unanimemente è riportata la vicenda secondo la quale, nel
frangente, il capo del distaccamento della CIA ad Atene, appresa la notizia con l’ambasciatore statunitense, allorché quest’ultimò esordì con l’affermare che quello era uno “stupro
alla democrazia”, costui rispose: “come è possibile stuprare una puttana?”, espressione non
necessariamente appropriata quanto efficace nel rendere l’idea di come questo paese, fino ad allora non fosse stato in grado di marciare con i propri mezzi ma solo grazie all’aiuto
internazionale. Gli anni a venire non furono semplici e la dittatura si produsse in tutte quelle manifestazioni di odiosa repressione come si
conviene in simili casi, in pratica la completa mancanza di libertà, il divieto alla democrazia e l’uso vasto e reiterato del “terrore di regime”, fatte salve poche categorie perché questa
situazione di fatto decretò un progressivo isolamento internazionale che costò ai poveri come ai ricchi, per quanto pochi, industriali del paese.
L’Europa non era inizialmente molto interessata alla
questione sia perché la Grecia non era una pedina importante nell’economia internazionale e poi perché era sotto la “tutela” della cosiddetta dottrina Truman, ovvero sotto le ali della protezione
economica e politica statunitense in funzione antisovietica e, più genericamente, anticomunista, come se vi si fosse di fatto esportato il maccartismo e fu solo grazie ad una certa Oriana
Fallaci, in virtù del suo rapporto con tale Alekos Panagulis (colui che compì un attentato alla vita del colonnello Papadopoulos, ma senza fortuna,
subendo poi prigione e tortura, prima della forzata liberazione) che la faccenda iniziò ad occupare le pagine dei giornali europei. Panagulis divenne così simbolo della lotta per la libertà di
questo paese grazie all’influenza mediatica della Fallaci e tutta la vicenda iniziò ad interessare sia l’opinione pubblica mondiale che i governi, specie europei, per il consolidarsi di quelle
istituzioni internazionali che, scaturite da quell’alleanza per la libertà che aveva vittoriosamente debellato il nazismo, non potevano più di tanto tollerare un regime troppo autoritario. Iniziò
dunque quella danza della diplomazia internazionale che sappiamo bene quanto possa esser colma di ipocrisia e per la quale ufficialmente si iniziava a deprecare il regime mentre, nel contempo,
lo si alimentava e lo si finanziava anche per la necessità dettata dalla guerra fredda che vedeva la Grecia geograficamente ai confini meridionali
del blocco sovietico oltre ad essere fondamentale per il controllo del mediterraneo. Per inciso, senza nulla togliere all’attività di “resistente” di
Panagulis, dispiace che sia caduto nell’oblio sia greco che internazionale un giovane come Kostas Georgakis, uno studente che, proprio in Italia, a Genova, il 19 settembre 1970, sulle orme del
gesto di Ian Palach a Praga, si dette fuoco, morendo proprio per attirare l’opinione pubblica internazionale su quanto stava accadendo nel suo paese.
Non migliorando comunque le situazioni interne al paese, il regime nel volgere di pochi anni implose, complice l’onda, ancora una volta francese, del
’68, così come a suo tempo lo fu la rivoluzione che dette l’avvio al processo per l’indipendenza. Il fatto scatenante fu ancora una volta, promosso e messo in atto dagli studenti che trovarono il coraggio di mettere in piedi una imponente dimostrazione occupando, il 14 novembre 1973, i locali dell’Istituto Politecnico di
Atene, proseguendo appunto quel cammino iniziato nelle scuole e nelle fabbriche d’Europa.
Gli studenti riuscirono anche, con strumenti
trovati nei laboratori della scuola, a costruire una radio che veniva captata in quasi tutta Atene, chiamando così a raccolta la popolazione al grido di: Ψωμί-παιδεία-ελευθερία» (pane - istruzione - libertà). La risposta del regime non si fece attendere ed oltre ai militari furono schierati i
carri armati. Alle ore 02,30 del mattino del 17 novembre, un carro armato (un AMX 30, francese, come le sei fregate “acquistate” nel 2010 sempre dalla Francia: questi benedetti ricorsi
storici!!!), demolendo le cancellate in ferro del Politecnico e travolgendo le persone che vi erano sopra, fece ingresso nell’Istituto ponendo sanguinosamente fine alla ribellione studentesca. Il
centro della città diventerà un campo di battaglia ed al mattino, dispersa la popolazione, si procederà alla prima stima del numero dei morti, dentro e fuori l’Istituto.
Il regime dopo aver perso il controllo della situazione tanto da ordinare il massacro, non poteva far altro che annunciare la propria fine che
avvenne, repentinamente, il 25 successivo anche se il governo sarebbe se pur più morbidamente restato in mano ai militari, cosa che portò quasi sull’orlo di una nuova guerra con la Turchia visto
che nell’estate 1974 la giunta greca, avrebbe inteso, con un colpo di mano, eliminare ogni ingerenza e potere politico dei turchi a Cipro, in aperto contrasto con i trattati di Zurigo e Londra,
cosa che non piacque al punto che la Turchia in risposta invase l’isola occupando il territorio che poi nel 1983 diventerà la Repubblica Turca di Cipro Nord, separata da quella greca, quale
attualmente è oggi.
Il novembre successivo avrebbero avuto luogo le elezioni e l’inizio del cammino che avrebbe portato a riconquistare definitivamente quella libertà che oggi sembra, con
amara ironia, non abbia insegnato granché. Non si esaurisce certo qui la vicenda della dittatura in
Grecia ma erano pochi cenni per capire il contesto in cui la tragedia del Politecnico è accaduta.
Così in questo 2011 la ricorrenza giunge in un momento molto delicato e potrebbe, ai nostri Esercizi di stile, aggiungerne altri ancora, là dove certi concetti si possono facilmente collegare, là dove certi ideali si possono confondere, là dove vi è terreno favorevole all’insinuarsi della rabbia che rischia di divenire incontrollabile. Così i morti di allora verranno ancora una volta riesumati e riutilizzati (come in tutti i paesi accade e per il discutibile uso che si fa talvolta di queste commemorazioni) per cavalcare la desolazione di un paese in rovina. Dagli uni per trovare stimolo in una nuova rivolta, dagli altri per trovare parole nuove atte ad invocare la coesione in un paese che oramai è socialmente dilaniato in profondità e dove la coesione, più ancora dell’economia, andrà ricostruita con grandi sacrifici. Quello greco è un popolo frantumato oggi, pronto a cavalcare un orgoglio nazionale anche spropositato nei confronti di chi è fuori dalla comunità, ma dilaniato internamente con classi sociali che si guardano oramai in cagnesco, che a questa condizione è giunto stavolta non certo per legacci tirannici e dittatoriali ma per un distorto uso della libertà, per un eccesso di semplicità, per una impreparazione alla democrazia.
La libertà di tornare a credere in un futuro era
arrivata dopo il conto dei morti. Se solo sapessero, rifiuterebbero probabilmente oggi, di essere usati e fatti strumento per invocare quel diritto ad un futuro che allora, in quelle condizioni,
solo a quel prezzo poteva essere riconquistato, ma che oggi è frutto di scelleratezza ancora più grave perché progredita nella libertà, la stessa per la quale, 38 anni fa, in tanti avevano dato
la vita.