“…Quando sono arrivato volevo allenare ragazzi ma siete diventati uomini…” (Ken Carter in "Coach Carter")
La vicenda
Ken Carter, allenatore di pallacanestro, arriva in un liceo a Richmond con un duplice compito: domare gli animi ribelli dei ragazzi e riportare ad un buon livello la squadra. Figura dai modi inflessibili, imporrà come condizione per l’ammissione nella squadra, dei buoni risultati negli studi. Ciò attirerà le ire di studenti e genitori che, per i quali un buon risultato poteva essere trampolino di lancio per il mondo del professionismo. Film tratto da una storia vera, dove il coach Karter adottò questo sistema per ricostruire delle identità attraverso la crescita del gruppo.
Riflessioni
Il film è stato sepolto di note negative dalla critica. Non è quello che si può definire un capolavoro del cinema né per gli aspetti tecnici né per il modo in cui viene sviluppata la vicenda. Ma tutto questo non è sufficiente a giustificare il facile conformismo che lo ha voluto relegare ad una pellicola di serie B. L’argomento, proprio perché discusso e trattato molte volte era ancora più difficile da sviluppare, trattandosi, come in una corsa ad ostacoli, di evitare retorica, emulazione, banalità. Probabilmente non ci è riuscito appieno ma il messaggio ai giovani, almeno a quelli che l’hanno visto, è arrivato. La terna sport – educazione – speranza ha ancora una volta vinto. Per certa critica nostrana probabilmente sarebbe stato sufficiente sostituire il basket con il calcio ed il film sarebbe divenuto immediatamente riconoscibile. Il messaggio, pur essendo trasmesso attraverso valori e dinamiche diverse perché la società statunitense ha, come tutte le società, caratteristiche proprie, è tuttavia arrivato all’animo dei ragazzi anche d’oltreoceano. Non si trovano infatti critiche di giovani sui contenuti di questo film e occorre prenderne atto. Soprattutto perché alla radice di tutto, il tema fondamentale era l’indagine sulla comunicazione tra diverse generazioni, la ricerca di un linguaggio che potesse scuotere dall’apatia e dall’indolenza, la ricerca di un modello di trasmissione di modi e mezzi per crescere e trovare una propria identità ed un proprio ruolo nel gruppo, dando inizio quindi ad un processo di maturità. L’alternarsi poi delle emozioni che si muovono su una lunghissima scala armonica, dalla disperazione fino all’esultanza, attraverso tutte le tappe intermedie che conducono dalla solitudine all’amicizia e perché no, all’amore, dà quel piglio di vivacità sensoriale che, unitamente ad una ben giocata colonna sonora, ha fatto breccia nei ragazzi. Certo il miracolo del doppio positivo risultato, sportivo e scolastico, ha il sapore della favola, ma è anche, trattandosi in buona parte di storia realmente accaduta, un cammino che si può perseguire o almeno lungo il quale ci si può, con qualche sacrificio, incamminare.
