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“…Mi dispiace, your wife è morta da tanto?" - "Ma non è morta. L'ho persa... A una partita di poker!..." (da un dialogo fra pazienti).

L’ambientazione

Più che di una trama si può in questo caso parlare sia di un’ambientazione, quella di una clinica ove si aiutano alcuni fermamente convinti aspiranti suicidi, sia dell’andirivieni di personaggi, talvolta sconclusionati, talvolta dotati di una lucidità terrificante, che giungono con il proposito di porre fine alla propria esistenza con metodi bizzarri, anche togliendosi lo sfizio dell’ultimo desiderio o di una particolare messa in scena.

Politically incorrect

Così potremmo definire questa pellicola che affronta il tema dell’eutanasia cercando di esorcizzarne i toni drammatici ma che talvolta esagera con certa surreale comicità tanto da scadere quasi nel mediocre gusto o quanto meno tanto da scivolare in quel limbo ove non si riesce più a comprenderne i reali intenti. Cinematograficamente giocata sull’effetto del bianco nero nell’intento di rendere immediatamente avvertibile la dicotomia tra vita e morte, non riesce però a trovare un filo conduttore che approdi a un concreto risultato. Ora, in virtù della delicatezza del tema trattato che comunque sia sta tenendo sulla corda da anni l’etica mondiale e non solo quella medica, ma più profondamente quella del rapporto tra uomo, vita e morte, ci saremmo attesi che il coraggio di affrontare un simile argomento valesse ben la pena di una morale o almeno di un bel punto interrogativo finale che lasciasse aperte le riflessioni. Forse, l’unica chiave di lettura che riesce possibile adottare è quella che ci indirizza ad analizzare i rapporti tra i vari ospiti della clinica, rapporti talmente infarciti di bassi istinti e di cinismo che, da soli, valgono la decisione di fare il grande salto, senza bisogno di farsi sostenere dalle più terribili tragedie che possono esserci capitate. A metà tra la farsa macabra e il reportage sui disturbi comportamentali, la pellicola compie almeno il tragitto sufficiente a farci comprendere come il problema non sia tanto quello di adottare o meno l'eutanasia, quanto quello di riuscire in qualche maniera a recuperare almeno un barlume di quella perduta “dolce vita". Senza di essa non sarebbe mai nata né la necessità, né il concetto di “dolce morte”, proprio in virtù di quella relatività dei principi che legano l’uomo alla sua provvisorietà su questa terra. Il dottor Kruger, che dovrebbe in "Kill me please", incarnare un moderno Caronte, traghettante i morituri nell’aldilà, si trova invece ad affrontare una banda di psicopatici ai quali, grazie a un consumistico sfruttamento del libero arbitrio, tenta di rendere piacevole e personalizzato anche l’ultimo gesto ma che certo non rende giustizia al tema proposto che, comunque, avrebbe bisogno di ben altro rispetto.

locandina del film "Kill me please"
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Tag(s) : #Cinema e Documentari
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