“…Ridere è contagioso! Noi dobbiamo curare la persona, oltre alla malattia… Siamo qui per aiutare i pazienti a vivere la più alta qualità di vita e, quando non è più possibile, per facilitare la più grande qualità di morte…” (dottor Hunter “Patch” Adams).
La genesi del film
Il film nasce dall’autobiografia del dott. Adams, un medico che negli anni ’70 introdusse una metodologia in base alla quale il sorriso era una forte terapia contro la malattia. Non era una medicina nel senso scientifico del termine ma colmava tutte quelle lacune circa la qualità di vita del paziente, specie terminale, che la medicina tendeva, per tradizione, ad ignorare. Esiste una nutrita letteratura anche prettamente scientifica in merito a questo protocollo terapeutico che sta lentamente diffondendosi anche in Europa e in Italia.
Il film
Interpretata da uno splendido Robin Williams, la figura del dott. Patch Adams ne vengono ripercorse, seppur con molta libertà, le tappe della carriera, fino almeno al suo riconoscimento nell’ambiente medico. Passano gli anni dell’università durante i quali farà conoscenza ed amicizia con un gruppo di persone che poi diventeranno suoi collaboratori. Il progetto prenderà definitivamente avvio quando una sua vecchia conoscenza, precedente gli studi, che anzi può definirsi il suo ispiratore e poi il suo benefattore, gli concede i fondi per aprire la prima clinica – anche se in un cottage – gratuita (e qui si nota l’ennesima velata polemica con il sistema sanitario americano interamente a pagamento), ove sperimentare i suoi metodi. Un grave incidente che vede una delle sue collaboratrici uccisa da un paziente mentalmente disturbato, fa crollare l’entusiasmo ma sarà un forse eccessivo, escamotage poetico a ridargli la forza ed il coraggio di proseguire fino a riuscire a convincere con un memorabile ed intenso discorso la Commissione Medica venuta a giudicare il suo non ortodosso sistema. Il film, ha solo una paura: quella di non trattare con il dovuto rispetto il dolore. Questo da una parte permette a piccole note eccessivamente poetiche di emergere là dove invece le sole intensità e spontaneità degli interpreti sarebbero state sufficienti; dall’altra, invece, dimostra come l’argomento del dolore e della morte, sia affrontato con criteri realmente nuovi ed inesplorati tanto da non avere riferimenti ai quali fare appello. Ciò motiva in parte lo scivolamento di questo umorismo terapeutico in dolcezza, tanto da snaturarne, talvolta, il carattere, che lo vorrebbe insensibile a certi moti di compassione per non venirne fagocitato e mancare quindi al suo compito. Un film che resta una pellicola altamente istruttiva, oltre che cinematograficamente riuscita, al quale, oltre tutto, va dato il merito di aver affrontato l’argomento non disdegnando il compito più arduo e duro, l’approccio con i veri malati e con la morte.

